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STORIA dell’EMIGRAZIONE IRPINA

Tra il 1871 e il 1914 circa 14 milioni di italiani sono emigrati all’estero. L’80% di chi partiva era di sesso maschile, più della metà aveva tra i 15 e i 34 anni, i tre quarti viaggiavano da soli e senza essere accompagnati dalla famiglia.

La causa principale dell’emigrazione italiana fu la povertà, dovuta alla mancanza di terra da lavorare, specialmente nell’Italia meridionale.

L’emigrazione, prevalentemente extraeuropea (Stati Uniti, Australia, Argentina, Venezuela), era costituita per lo più del 70% da soli uomini che lasciavano le regioni meridionali, mentre quella diretta verso la Francia, Svizzera e Germania, coinvolse intere famiglie e fu di lungo periodo.

Quando arrivano a New York gli emigranti vengono sbarcati a Ellis Island dove sono sottoposti a umilianti attese e ad estenuanti visite mediche.

Gli immigrati italiani, nella maggioranza dei casi, erano visti come lavoratori dequalificati, e in coerenza lavorano nella costruzione delle ferrovie, e in qualche lavoro agricolo, scavare, arare e come trasportatori.

L’emigrazione colpì l’ Irpinia, come gran parte degli Italiani non soltanto delle regioni meridionali, all’indomani dell’unificazione nazionale (1861) e si sviluppò nella prima metà del Novecento tanto che fin dal 1901, allo scopo di regolare i flussi e di fornire tutela agli emigrati, venne creato il Commissariato generale dell’emigrazione.

Le condizioni economiche e sociali delle terre del Sud, a coltura essenzialmente agricola, versavano in estrema miseria e soprattutto senza speranza di miglioramento, aggravate come erano dal decollo industriale dell’Italia centro-settentrionale. La vita grama spinse un gran numero di uomini ad abbandonare il nucleo familiare e a raggiungere le Americhe (settentrionale e latina), sperando poi di ricomporlo nel “nuovo mondo” o, accumulato un buon gruzzolo di dollari, di fare ritorno nei paesi d’origine.

Avellino fu una delle province che diedero il maggior numero di emigranti, diretti nel paese della democrazia e del benessere, che  racimolarono i  risparmi di tutta la famiglia per pagare un biglietto di III classe e si separarono dai loro cari per sopportare le difficoltà di un viaggio lungo anche venti giorni e il soggiorno in una terra sconosciuta in cerca di  un futuro meno incerto.

Sulle banchine dei porti di Napoli, Palermo e Genova, da dove salpavano i bastimenti, si radunava un gran numero di famiglie, che al momento dell’ imbarco offrivano il doloroso spettacolo del distacco.

Dopo un viaggio lungo e pieno di disagi, ammassati sui ponti o nelle stive delle navi, giungevano  nella bellissima baia naturale in cui è situato il porto di New York, dove campeggia la Statua della Libertà. Qui i passeggeri con passaporto americano e quelli che occupavano la prima e la seconda classe venivano ispezionati superficialmente nelle loro cabine e, scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione, potevano sbarcare tranquillamente. Invece i passeggeri di terza classe, il cui afflusso era sempre altissimo, venivano trasportati sul battello del dipartimento federale Americano dell’immigrazione a Ellis Island, un isolotto di fronte  a  Manhattan,  divenuta   dal   1894   casa   di   prima  accoglienza,  per  sottoporsi  a  una  più  dura ispezione. Innanzitutto un esame medico, in seguito al quale, chi aveva deformità veniva inviato in un’altra stanza per un esame più approfondito.

Dopo questa prima ispezione, gli immigrati  passavano alla Sala di Registrazione per il controllo individuale, che era il momento più temuto in quanto la paura di essere rifiutati era grande perchè occorreva dimostrare di essere in condizioni di lavorare e di mantenersi.

Dopo un viaggio lungo e difficile, gli immigrati arrivavano a New York, dove venivano accolti dalla Statua della Libertà. I passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati superficialmente e potevano sbarcare tranquillamente. Tuttavia, i passeggeri di terza classe venivano trasportati a Ellis Island per un controllo più rigoroso, che includeva un esame medico.

Coloro che presentavano deformità venivano sottoposti a un esame più approfondito. Dopo l’esame medico, gli immigrati passavano alla Sala di Registrazione per un controllo individuale, un momento temuto da molti per la paura di essere rifiutati.

Alcuni immigrati, temendo di non essere ammessi, compravano il biglietto di seconda classe più costoso. Chi aveva condizioni di salute particolari veniva trattenuto all’ospedale di Ellis Island per la quarantena o reimbarcato.

Il momento più straziante era quando le famiglie venivano separate e indirizzate verso diverse destinazioni. Per questo motivo, Ellis Island è stata soprannominata “Isola delle lacrime”. Il controllo individuale era il momento più temuto, poiché gli immigrati dovevano dimostrare di essere in grado di lavorare e mantenersi.

L’emigrazione irpina verso gli Stati Uniti è stata un fenomeno significativo nel corso del XX secolo. Molti italiani, originari dell’Irpinia hanno cercato nuove opportunità di vita oltre oceano.

Ci sono molte storie di successo di emigranti italiani, compresi quelli dell’Irpinia, che hanno raggiunto gli Stati Uniti. Questi individui hanno iniziato dal basso, lavorando in vari settori come le miniere e i campi, e nonostante le sfide e le discriminazioni, sono riusciti a costruire una vita migliore per sé e per le loro famiglie.

Ad esempio, ci sono storie di italiani che, nonostante la discriminazione e le difficoltà iniziali, sono riusciti a guadagnarsi una reputazione come grandi lavoratori. Molti di loro sono diventati politici, imprenditori e artigiani di alto calibro.

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