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STORIA del BRIGANTAGGIO in ALTA IRPINIA

Il brigantaggio in Alta Irpinia dopo il 1860 è una parte oscura e spesso poco conosciuta della storia dell’Italia moderna. Durante questo periodo, molte persone si ribellarono contro il cambiamento di regime e le difficoltà economiche, dando vita a una serie di episodi di violenza e guerriglia.

Una delle prime ondate di reazioni avvenne nell’autunno del 1860 e durante l’inverno del 1861. In quel periodo, i piani della reazione borbonico-clericale si sovrapposero agli spontanei movimenti di ribellione popolare. Ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini si rifugiarono nelle zone montuose più impervie e inaccessibili, dando inizio a una guerriglia su due fronti: incursioni per saccheggiare e depredare i ricchi proprietari terrieri e scontri militari contro l’esercito piemontese.

Un episodio avvenuto in questo periodo turbolento riguarda Cicco Ciancia e la “Fossa r’ Masi”: Cicco Ciancia fu un noto brigante che operò nella regione di Caposele, nell’Irpinia, durante il turbolento periodo tra il 1860 e il 1870. La sua banda era temuta per le atrocità che commetteva nei piccoli paesi irpini. Uno dei suoi episodi più noti fu il sequestro di persona del sacerdote Giuseppe Di Masi. Don Giuseppe, nonostante le avvertenze sulla pericolosità delle strade, venne rapito da Cicco Ciancia nel 1861. Il brigante cercò di ricattare la benestante famiglia Di Masi, chiedendo un ingente riscatto in monete d’oro. Il fratello di Don Giuseppe, Don Gabriele, sospettò che un compaesano fosse coinvolto e indagò per scoprire il colpevole. Don Gabriele segnò tutte le monete d’oro date ai briganti con un segno distintivo. Dopo aver ricevuto il denaro richiesto, Don Giuseppe venne liberato, ma la sua caparbietà lo portò a un secondo rapimento. Questa volta, la sua famiglia chiese aiuto ad altri cittadini benestanti di Caposele, tra cui il Comandante della Guardia Nazionale, che aveva il compito di proteggere l’incolumità di Don Giuseppe. Dopo il secondo rapimento di Don Giuseppe Di Masi, la sua famiglia decise di agire con maggiore determinazione. Don Gabriele, il fratello di Don Giuseppe, aveva già sospettato che un compaesano fosse coinvolto nel primo rapimento. Questa volta, la famiglia Di Masi cercò aiuto tra gli altri cittadini benestanti di Caposele. Tra coloro che si unirono alla causa c’era il Comandante della Guardia Nazionale, il cui compito era proprio quello di proteggere l’incolumità di Don Giuseppe. La famiglia Di Masi fornì al Comandante una somma di denaro segnata con un segno distintivo. Quando Cicco Ciancia e i suoi briganti si presentarono per il secondo riscatto, il Comandante riconobbe immediatamente le monete e arrestò il bandito. Cicco Ciancia venne processato e condannato per il suo coinvolgimento nei rapimenti. La sua banda di briganti subì un duro colpo, e la storia di Don Giuseppe Di Masi e del suo coraggioso fratello Don Gabriele rimase impressa nella memoria di Caposele come un esempio di determinazione e coraggio contro il brigantaggio.

Nel decennio tra il 1860 e il 1870, a causa dei numerosi briganti che si aggiravano per i piccoli paesi irpini, si verificarono incredibili atrocità.

La storia del brigantaggio in Campania è stata oggetto di studio e dibattito da parte di storici come Franco Molfese. Nel suo libro “Storia del brigantaggio dopo l’unità”, Franco Molfese esamina con attenzione il fenomeno e offre una visione dettagliata di questo periodo oscuro. Tuttavia, la storiografia liberale ha spesso oscurato queste pagine di storia per non compromettere il mito dell’unanimità dei plebisciti d’annessione. Franco Molfese ha dedicato un vastissimo materiale mai esplorato fino ad oggi, cercando di far luce su questa parte poco conosciuta della nostra storia.

In conclusione, il brigantaggio in Alta Irpinia dopo il 1860 rappresenta una complessa e controversa pagina della storia italiana, caratterizzata da ribellione, violenza e conflitti tra diverse fazioni. La sua comprensione richiede uno sguardo attento alle fonti e alle testimonianze dell’epoca.

Il brigantaggio in Alta Irpinia dopo il 1860 fu influenzato da una serie di fattori complessi.

Dopo l’Unità d’Italia nel 1861, la regione subì profondi cambiamenti politici e sociali. La fine del Regno delle Due Sicilie portò a una riorganizzazione amministrativa e a nuove leggi che spesso colpirono negativamente le comunità locali. Molti si sentirono emarginati e oppressi dal nuovo regime.

L’Alta Irpinia era una zona prevalentemente agricola, e le difficoltà economiche colpirono duramente la popolazione. La mancanza di opportunità di lavoro, la povertà e la carestia spinsero alcune persone a cercare alternative disperate.

La mancanza di lavoro e l’oppressione da parte dei proprietari terrieri portarono molti a cercare vie alternative per sopravvivere. Alcuni si unirono alle bande di briganti per cercare di migliorare la loro situazione economica.

L’Alta Irpinia aveva una forte tradizione di resistenza contro il potere centrale. Alcuni vedevano i briganti come eroi locali che si opponevano all’oppressione e alla cattiva gestione del nuovo governo.

Le montagne e le zone impervie dell’Irpinia fornivano rifugio ai briganti. La difficoltà di accesso per le forze dell’ordine rese più difficile la repressione delle bande criminali.

    In sintesi, il brigantaggio in Alta Irpinia dopo il 1860 fu una combinazione di fattori socio-economici, politici e culturali che portarono alla formazione di bande di ribelli e criminali. Questo periodo turbolento ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della regione.

    Queste bande arrivarono a minacciare anche i grossi centri del Meridione come Caserta, Benevento e Potenza. Il brigantaggio in Alta Irpinia rappresenta una pagina oscura e poco conosciuta della storia dell’Italia moderna, ma è importante per comprendere il contesto sociale e politico di quegli anni.

    I briganti in Alta Irpinia dopo il 1860 utilizzavano una serie di tattiche e strategie per sfuggire alle forze dell’ordine e mantenere la loro latitanza.

    Le bande di briganti erano spesso formate da persone locali che conoscevano bene le montagne, i sentieri nascosti e le grotte. Questa conoscenza del territorio consentiva loro di muoversi rapidamente e di nascondersi efficacemente.

    I briganti avevano una rete di informatori tra la popolazione locale. Questi informatori segnalavano i movimenti delle forze dell’ordine o qualsiasi altra minaccia. Questo sistema di spie era essenziale per evitare di cadere in trappola.

    Alcuni briganti godevano di un certo grado di sostegno da parte della popolazione locale. Questo poteva essere dovuto a motivi politici, culturali o semplicemente alla necessità di proteggersi dalle ingiustizie. La popolazione spesso taceva o addirittura aiutava i briganti a nascondersi.

    I briganti preferivano muoversi di notte per evitare di essere individuati. Durante il giorno, si nascondevano in rifugi sicuri e si spostavano solo quando era assolutamente necessario.

    Le bande di briganti colpivano spesso a sorpresa. Attaccavano convogli, viaggiatori o posti di blocco improvvisamente, sfruttando la loro conoscenza del territorio e la velocità di movimento.

    I briganti spesso si travestivano da contadini o pastori per passare inosservati. Questo camuffamento li aiutava a sfuggire alle forze dell’ordine.

    I briganti avevano rifugi segreti, come grotte o capanne di montagna, dove potevano nascondersi e riposare. Questi luoghi erano spesso difficili da raggiungere per le forze dell’ordine.

      In sintesi, i briganti utilizzavano una combinazione di conoscenza del territorio, supporto della popolazione locale e tattiche di evasione per sfuggire alle forze dell’ordine e mantenere la loro latitanza.

      Le forze dell’ordine affrontarono diverse sfide nel contrastare le tattiche dei briganti in Alta Irpinia dopo il 1860.

      Le forze dell’ordine aumentarono le pattuglie e la presenza sul territorio. Tuttavia, le zone montuose e impervie rendevano difficile la copertura completa del territorio.

      I Carabinieri e le altre forze di polizia avviarono operazioni di “caccia all’uomo” per individuare e catturare i briganti. Queste operazioni spesso richiedevano l’impiego di guide locali o informatori per seguire le tracce dei criminali.

      Le forze dell’ordine cercarono di infiltrarsi nelle reti di informatori dei briganti. Questo era un compito delicato, poiché dovevano guadagnare la fiducia della popolazione locale senza destare sospetti.

      Il governo emanò leggi speciali per combattere il brigantaggio. Ad esempio, la legge Pica del 1863 consentiva l’uso della pena di morte per i briganti catturati in flagrante.

      Le forze dell’ordine offrirono ricompense per informazioni che portassero all’arresto dei briganti. Allo stesso tempo, vennero promulgate leggi di amnistia per incoraggiare i briganti a consegnarsi.

      In alcuni casi, l’esercito fu coinvolto nelle operazioni contro i briganti. Questo portò a scontri armati tra le bande e le forze militari.

      Le forze dell’ordine cercarono di convincere la popolazione a non sostenere i briganti. Questo fu un compito difficile, poiché alcuni vedevano ancora i briganti come eroi locali.

        Nonostante queste misure, il brigantaggio continuò per molti anni, e solo gradualmente le forze dell’ordine riuscirono a ridurre l’attività delle bande criminali. La lotta contro il brigantaggio rappresentò una sfida costante per le autorità dell’epoca.

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