
Anche l’Irpinia diede il suo contributo al Risorgimento.
Ci aiuta, ancora una volta, uno scritto dell’ottimo Monsignor Giuseppe CHIUSANO, col suo Altirpinia Risorgimentale.
Il Risorgimento è stato un periodo cruciale nella storia d’Italia, caratterizzato da eventi popolari, politici e militari iniziati nel 1820, che hanno portato alla guerra di indipendenza e all’unità d’Italia con la presa di Roma nel 1870. I primi moti si sono verificati nel Mezzogiorno, seguiti da quelli piemontesi e lombardo-veneti.
Questo movimento è stato preparato dagli scritti di intellettuali come Giuseppe Parini, Vittorio Alfieri, Vincenzo Cuoco e Ugo Foscolo. I principi della Rivoluzione Francese hanno influenzato la politica italiana, specialmente durante l’occupazione napoleonica e la Repubblica Partenopea del 1799. La Carboneria, la letteratura romantica e la filosofia di Vico hanno ulteriormente alimentato il movimento.
Nel decennio 1820-1830, i moti rivoluzionari, guidati da ufficiali come Morelli, Silvati e De Conciliis, miravano a ottenere nuove costituzioni. Tra il 1834 e il 1845, Giuseppe Mazzini ha guidato i moti per la libertà, l’indipendenza e l’unità d’Italia, con diverse visioni politiche: repubblicana (Mazzini), federalista (Ferrari, Cattaneo), neoguelfa (Gioberti) e monarchica (D’Azeglio, Balbo).
Questi ideali hanno portato alla Prima Guerra d’Indipendenza del 1848, che ha suscitato fermenti insurrezionali in tutta Italia. La popolazione, spinta da un desiderio di riscatto e libertà, ha partecipato attivamente, spesso affrontando repressioni severe.
Le regioni italiane, tra cui Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Abruzzi, hanno collaborato strettamente, scambiando idee e programmi. Nonostante i risultati altalenanti, il Risorgimento ha creato una nuova coscienza popolare, culminando nell’epopea garibaldina e nella partecipazione a guerre lontane.
Questo periodo ha visto molti sacrifici, con numerosi italiani arrestati, deportati e martirizzati. La Carboneria ha giocato un ruolo significativo, infiltrandosi anche nel clero e mobilitando le popolazioni verso il rinnovamento e la libertà.
L’Alta Irpinia ha avuto un ruolo significativo durante il Risorgimento italiano. Questa regione, situata nell’Appennino campano, è stata teatro di numerosi eventi e movimenti rivoluzionari che hanno contribuito all’unità d’Italia.
Durante il Risorgimento, molte comunità dell’Alta Irpinia hanno partecipato attivamente ai moti insurrezionali. La Carboneria, un’organizzazione segreta che promuoveva ideali di libertà e indipendenza, era particolarmente influente nella regione. Anche il clero locale spesso supportava questi movimenti, dimostrando un forte spirito patriottico.
Le popolazioni locali, spinte da un desiderio di riscatto e libertà, hanno affrontato sacrifici notevoli. Molti irpini sono stati arrestati, deportati e martirizzati per il loro coinvolgimento nelle rivolte. Figure come Achille Argentini di Sant’Angelo dei Lombardi hanno sposato pienamente la causa risorgimentale, contribuendo a creare una coscienza popolare che ha giocato un ruolo cruciale nel processo di unificazione italiana.
Durante il Risorgimento, l’Alta Irpinia fu teatro di numerosi eventi significativi che contribuirono all’unità d’Italia. Ecco alcuni dei momenti più importanti:
- Moti del 1820-1821: Questi moti rivoluzionari, che ebbero protagonisti come gli ufficiali Morelli e Silvati, miravano a ottenere nuove costituzioni e furono tra i primi segnali di ribellione contro il dominio straniero.
- Partecipazione alla Prima Guerra d’Indipendenza (1848): L’Alta Irpinia, come molte altre regioni italiane, partecipò attivamente alla Prima Guerra d’Indipendenza, che fu un tentativo di liberare l’Italia dal controllo austriaco.
- Attività della Carboneria: La Carboneria, un’organizzazione segreta che promuoveva ideali di libertà e indipendenza, era molto attiva in Alta Irpinia. Questa organizzazione riuscì a mobilitare molte persone, inclusi membri del clero, verso la causa risorgimentale.
- Sacrifici e Martiri: Molti irpini furono arrestati, deportati e martirizzati per il loro coinvolgimento nei moti insurrezionali. Figure come Achille Argentini di Sant’Angelo dei Lombardi sono esempi di individui che hanno dato la vita per la causa risorgimentale.
- Collaborazione tra Regioni: L’Alta Irpinia collaborò strettamente con altre regioni come la Basilicata, la Calabria, la Puglia e gli Abruzzi. Questo scambio di idee e programmi fu cruciale per il successo del movimento risorgimentale.
Questi eventi dimostrano come l’Alta Irpinia abbia giocato un ruolo fondamentale nel Risorgimento, contribuendo in modo significativo all’unità e alla libertà d’Italia.
Durante il Risorgimento, l’Alta Irpinia vide numerosi patrioti sacrificare la propria vita per la causa dell’unità e della libertà d’Italia. Tra i martiri più noti della regione, possiamo ricordare:
- Achille Argentino: Originario di Sant’Angelo dei Lombardi, Argentini fu un fervente sostenitore della causa risorgimentale e partecipò attivamente ai moti insurrezionali. La sua dedizione alla causa lo portò a diventare una figura simbolica per la regione.
- Silvio Spaventa: Anche se non direttamente dall’Alta Irpinia, Spaventa, nato a Bomba (Chieti), ebbe un’influenza significativa nella regione. Fu arrestato e imprigionato per le sue attività rivoluzionarie e divenne un simbolo di resistenza contro l’oppressione.
- Carlo Poerio: Nato a Napoli, Poerio fu un altro importante patriota che operò anche in Irpinia. Fu arrestato e imprigionato per le sue idee liberali e il suo impegno per l’unità d’Italia.
Questi individui, insieme a molti altri meno noti, contribuirono con il loro sacrificio a creare una nuova coscienza nazionale e a promuovere gli ideali di libertà e indipendenza che portarono all’unificazione italiana.
La lettera di Argentino al Miele rivela i legami tra le regioni dell’Irpinia e della Lucania durante il periodo dei moti risorgimentali. Argentini, alfiere dei moti della Basilicata, scriveva al Miele, incoraggiandolo a mantenere vivi gli ideali e le speranze del riscatto. La spedizione, guidata da Garibaldi, aveva l’obiettivo di iniziare l’aspirazione dell’Unità d’Italia partendo dal Meridione, liberato dal governo borbonico. Argentini descriveva la situazione dei volontari, che disponevano solo delle proprie armi e munizioni personali. La maggior parte di loro era composta da uomini d’intelletto e di studio, tra cui avvocati, medici, professori e ingegneri, ma anche da persone più rozze, ma coraggiose e determinate. La lettera esprimeva anche l’auspicio di un futuro incontro a Napoli o a S. Angelo, dopo il successo della missione.
La Lucania insorse e fu proclamato un governo provvisorio a Potenza, mentre per la provincia di Avellino fu scelta Ariano. Il Miele stabilì collegamenti con altri leader come Porcari, De Marco e Carbonelli. La banda di Crocco, che aveva raggiunto i dintorni di S. Angelo, fu contrastata dal Miele con l’aiuto di bersaglieri e Guardie nazionali.
Nell’aprile 1861, Crocco, insieme a Michele La Rotonda e Vincenzo Nardi, si mosse verso S. Angelo dei Lombardi, dove l’Arcivescovo Mons. Gregorio De Luca lo accolse con una bandiera rossa. La banda di Crocco fu poi inseguìta fino a Barile.
Camillo Miele, autore della protesta al Borbone, combattente valoroso e vincitore della banda di Crocco, è considerato una voce dell’Altirpinia e un pioniere risorgimentale. L’amico di idee e battaglie, il sacerdote don Rocco Brienza, gli scrisse una lettera in cui ricordava i tempi passati e la lotta per la libertà. Brienza intendeva pubblicare un’opera sulle memorie politiche, compresa l’insurrezione irpina, e diffondere il manifesto nella provincia.
Un affettuoso saluto da Rocco Brienza concludeva la lettera.
La Carboneria fu un’organizzazione segreta sorta nel meridione d’Italia all’indomani della Repubblica Partenopea. Di origine massonica, aveva principalmente finalità antiborboniche e libertarie. La Carboneria creò la “Regione Irpina”, suddivisa in tre tribù: Avellino (“Partenia”), S. Angelo dei Lombardi (“Gracca sull’Ofanto illuminato”) e Ariano (“Gianicola”).
Operando in segreto, la Carboneria utilizzava un linguaggio cifrato e stabiliva stretti rapporti tra gli affiliati. Spesso incoraggiata dal Clero, venne vista come uno strumento per raggiungere l’unità e la libertà dell’Italia. Le sue sedi, chiamate “Vendite”, erano luoghi di adunanze, mentre le “Baracche” rappresentavano gli spazi circostanti. I membri, noti come “Buoni Cugini”, si riunivano sotto la guida del “Gran Maestro”.
La Carboneria aveva come patrono San Teobaldo e il suo motto era “Libertà, Gloria, Morte”. Inoltre, i membri indossavano una sciarpa nera come segno di riconoscimento. Alcuni monasteri, come quello di S. Francesco a Montesarchio e quello degli Alcatarini ad Atripalda, consentivano riunioni segrete all’interno delle loro mura.
“Vendite” altirpine e numero degli iscritti
— Andretta: “Il trionfo della vittoria”
— Aquilonia: “Aquilonia risorta”; “La vera unione del lucido
Carbone”
— Ariano: “L’Aurora”; “Il fosco monte rischiarato”; “I veri
amici dell’Uma- nità”; “I figli di Gracco”
— Bagnoli: “I figli del sole”; “Filadelfi”
— Carife: “L’amore della Patria”
— Castelfranci: “I difensori della Patria” (circa 200)
— Chiusano S. Domenico: “I seguaci di Pluto” (82)
— Fontanarosa: “I prodi Spartani” (131)
— Frigento: “Iside di Ansanto” (110)
— Grottaminarda: “I veri figli del Calvario” (107)
— Guardia: “Cleopatra”; “Costanti Lombardi”
— Lacedonia: “Asilo dell’Amicizia” (160)
— Lapio: “I famosi Luculli”
— Lioni: “Stella d’Oriente”
— Luogosano: “L’avvilimento di Nembrot”
— Mirabella: “La Fenice risorta sulle rovine d’Eclano”
— Montella: “La clemenza di Tito”; “La costanza trionfatrice”;
“I figli della Libertà”
— Montemiletto: “Campo di Marte”; “La perfetta filantropia”
— Monteverde: “I guerrieri di Marte”
— Morra: “Stella d’oro”
— Nusco: “La prudenza”; “I figli della Patria”; “La Minerva”;
“La Fenice”
— Quaglietta: “La carità fraterna”
— Rocca San Felice: “La Famiglia Filitea sul Calore”
— Rocchetta S. Antonio: “I nuovi Spartani”
— S. Angelo all’Esca: “Temistocle”
— S. Angelo dei Lombardi: “I nuovi Deci sull’Ofanto”; “La
vera felicità”; “Tribù Gracca sull’Ofanto”; “Infallibile
speranza”
— S. Mango: “Gli allievi degli Orazi”
— Sturno: “Cerere”
— Taurasi: “I seguaci di Clelia”
— Vallata: “La Risurrezione”
— Volturara: “La Costanza invincibile”
Molti Sacerdoti dell’Altirpinia, sposando l’idea di una Italia
libera e unita, talvolta per stare al passo con i rappresentanti
morali del proprio paese, con animo più o meno deciso e
aperto, s’iscrissero alla Carboneria locale, forse contrastando,
forse no, le direttive del proprio Vescovo.
A distanza di oltre un secolo, li possiamo giudicare bene o
male, ritenendoli benemeriti o fuorviati, anche per la loro
consacrazione al Signore. È difficile pronunziare un giudizio,
specie per quelli che non lasciarono la Carboneria,
segretamente trasformatasi in anticlericale mentre dava a
credere di essere libertaria e solo libertaria, dopo la condanna
della Chiesa.
Sacerdoti, impegnati nell’insegnamento, vennero esonerati
in punizione, una volta scoperti. Parecchi furono esiliati ed
anche incarcerati. Considerarli martiri di una tirannia (?), la
borbonica? Perché mossi da ideali, che, allora e per loro, non
potevano che essere considerati nobili, li rievochiamo per
dovere storico.
I Vescovi del Principato Ultra e Citra erano: Michele
Arcangelo Lupoli (Conza); Bartolomeo Goglia (S. Angelo dei
Lombardi – Bisaccia); Pasquale De Nicolais (Nusco); Vincenzo
Ferrara (Lacedonia); Domenico Russo (Ariano); Domenico
Novi Ciavarria (Avellino e Frigento); Raimondo Morales
(Abate di Montevergine). Per alcuni paesi del P.U. ricadenti
sotto la loro giurisdizione, sono da annoverarsi anche gli
Arcivescovi di Benevento (Domenico Spinucci) e di Salerno
(Fortunato Pinto).
In seguito al Concordato del 1818, la istruzione primaria
fu affidata ai Vescovi. Pertanto, gli insegnanti pubblici e
privati dipendevano da essi. Pubblici maestri erano tutti
Sacerdoti, che, all’atto di nomina, erano tenuti a giurare fedeltà
al Sovrano.
All’epoca, in P.U. vi erano 2320 Sacerdoti e 264 Religiosi,
molti dei quali insegnavano; sospettati di reazione, ben 105 di
essi furono destituiti dall’incarico.
I Sacerdote Modestino Piciocchi di Avellino era riuscito,
nel 1820, a far tenere a tutte le “Vendite” della provincia –
parecchie erano state fondate da Sacerdoti – un suo
“Catechismo carbonico”, nel quale, è da ritenersi, con
l’incoraggiamento a istituire le associazioni Carbonare,
venivano significati dati, metodi, modalità per una vita segreta
associativa.
Sacerdoti iscritti a sette
Andretta: Giovanni Di Guglielmo; Angelo Tellone; Leopoldo
Girardi; Bernardo Penta; Amato Luise; Gaetano Alvino
Aquilonia: Giacomo Lotrecchiano
Ariano: Nicola Mercurio
Bagnoli: Giuseppe Manzi; Domenico Celli; Giuseppe Preziosi;
Domenico Basile (carcerato dal 1820 al 1825);
Pasquale e Raffaele Buccino; Giuseppe Frasca; Luigi
Salduzzi (ex camaldolese)
Bisaccia: Vito Melchionna; Luigi Vitale
Cairano: Leone Frieri; Vito Maria Iacoviello
Caposele: Lorenzo Paulercio
Cassano: Felice Di Biasio; Giuseppantonio Chiarolanza;
Alessandro e Pietro Mancini; Salvatore Vecchi
Castelbaronia: Pasquale Lombardi
Castelvetere: Nicola Bimonte
Chiusano: Orazio Di Napoli
Conza: Benedetto Cerracchio; Erberto e Francesco Farese
Flumeri: Nicolangelo Brescia
Frigento: Pasquale Melchionna; Giuseppe Flammia
Guardia: Pasquale Di Biase
Lacedonia: Carmine Bizzarri
Mirabella: Vincenzo Apicella; Pasquale Sorrentino; Giuseppe
Cappuccio; Alfonso e Pasquale Inglese; Prisco Minichiello;
Angelomaria Mazzarella (esule a Gibilterra)
Montella: Amato Clemente; Gioacchino Carfagna
Montemarano: Federico Di Lisio
Morra: Vincenzo Rossi; Giuseppe De Sanctis; Rocco Pugliese
Nusco: Andrea Mellutiis; Nicola Amato Astronimica; Luigi
Delli Gatti; Amato Maria De Paulis; Gaetano De Paola;
Michele Natale; Vincenzo Del Sordo
Rocchetta S. Antonio: Nicola D’Errico
S. Angelo all’Esca: Emanuele Penta; Giovanni De Musis
S. Angelo dei Lombardi: Giuseppe Carino; Marciano Matteo;
Nicola Fischetti;
Guglielmo De Vito; Salvatore D’Amelio; Giuseppe Venezia;
Giacinto e Giacomo Guacci; Francesco Ricciardi; Vincenzo
Tarantino S. Mango: Domenico Ferrara S. Nicola Baronia:
Andrea Leone; Nicola Sciaraffa Teora: Tiberio Luciano
Torello: Giovanni Felice Amarena; Luigi Marchese
Villamaina: Vincenzo Luongo
Volturara: Cosmo Benevento; Antonio Candela
Sacerdoti esiliati, destituiti
And retta: Di Guglielmo Giovanni – Tellone Angelo
Aquilonia: Lotrecchiano Giacomo
Bagnoli Irpino: Celli Domenico
Caposele: Paulercio Lorenzo
Cassano Irpino: Vecchi Salvatore
Chiusano S. Domenico: Di Napoli Orazio
Frigento: Flammia Giuseppe – Melchionna Pasquale –
Verderosa Vincenzo Guardia dei Lombardi: Di Biase
Pasquale
Lacedonia: Bizzarri Carmine
Mirabella Eclano: Penta Michele – Cappuccio Stefano –
Apicella Vincenzo – Sorrentino Pasquale – Mazzarelli
Angelomaria
Montella: Carfagna Gioacchino
Montemarano: Di Lisio Federico
Morra De Sanctis: De Sanctis Giuseppe Maria – Pugliese
Rocco – Rossi Vincenzo
Nusco: Natale Michele – Delli Gatti Luigi – Mellutiis Andrea –
Astronomico Nicola – Del Sordo Vincenzo
Rocchetta S. Antonio: D’Errico Nicola
S. Angelo all’Esca: De Musis Giovanni
S. Angelo dei Lombardi: Fischetti Nicola – Carino Giuseppe –
De Matteo Marciano – D’Amelio Michele – Venezia Giuseppe
S. Mango sul Calore: Ferrara Domenico
S. Nicola Baronia: Leone Andrea
S. Sossio Baronia: Sciaraffa Nicola
Villamaina: Luongo Vincenzo
Volturara Irpina: Benevento Cosmo – Candela Antonio
CARBONARI. AMMINISTRATORI, IMPIEGATI COMUNALI
DESTITUITI
Andretta: Miele Giuseppe – Luongo Giuseppe – Bosco
Crescenzo – Iaderola Felice – Tedesco Erberto
Aquilonia: Di Benedetto Pasquale – Vitale Vito – Cappa
Michele – De Feo Gaetano – Solimene Donato –
Stentalis Francescantonio, Michele e Gabriele
Ariano Irpino: Di Florio Felice – De Filippis Angelo – Carchia
Fedele – Ciampi Cerio – Florio Domenico –
Cardinale Giuseppe – Festa Clemente
- Purcaro Angelomaria – Gallo Crescenzio
Bagnoli Irpino: Sanduzzi Lorenzo – Bonaventura Pescatore –
Magottoli Giuseppe -D’Orsi Antonio – Frasca
Giuseppe – Lenzo Antonio e Onofrio – Quaranta
Raffaele – Patrone Filippo – Rogata Domenico –
Papa Lorenzo – Labiento Gennaro e Lorenzo –
Flammia Angelo – Carisio Ciriaco – Celli Amato,
Ferdinando, Lorenzo e Vincenzo – Di Gregorio
Gennaro e Lorenzo – Fratelli Scaribino
Cairano: Ruggiero Michele e Leone – Fortunato Canio
Calitri: Cioglia Giovanni – Nicolais Francesco – Berrilli
Arcangelo e Luigi
Cassano Irpino: Mascolo Giovambattista
Castelbaronia: Andreotti Michelangelo – Zefilippo Luigi –
Cirillo Michelangelo - Lepore Giuseppe – Melliti Francesco Saverio –
Bellini Raffaele – Carisio Amato
Castelfranci: Boccella Rocco e Soccorso – Celli Casimiro,
Benedetto, Francesco - Iuliano Giuseppe Amato – Addivinola Pasquale
Blogna Francesco
Castelvetere: Palermo Nicola – Nargi Giambattista –
Marrandino Orazio – Mele Vincenzo – Follo
Filippo – Moccia Domenico Chiusano S.
Domenico: Pasquale Meoli – Picardi Ludovico –
Buono Giuseppe – Iannuzzi Giuseppe – Pietrolongo
Francesco Saverio e Giuseppe
Conza della Campania: Rosa Nicola – De Respinis Pasquale
Flumeri: Falcone Pietro Paolo – Mercuro Pasquale - Salza Raffaele – Brescia Marco
Fontanarosa: Scalera Giuseppantonio – Bianco Nicola e
Francescantonio – Vinetti Michele
Gesualdo: Caturano Fabiano – Forgione Saverio – Aldorasi
Pietro – Scotti Vincenzo e Domenicantonio –
Galasso Giuseppe – Nocera Salvatore e Tommaso
Grottaminarda: Assanti Luigi – Perillo Carmine – Palumbo
Ciriaco – Abbruzzese Antonio
Lacedonia: Pio Giuseppe – Pasciuti Pasquale e Michele – De
Gregorio Angelantonio – Franciosi Vincenzo –
Bonaventura Giuseppe – Vigorita Domenico –
Cappucci Costantino – Diaferia Riccardo – Di
Vincenzo Giuseppe e Filippo – Magnoli Vincenzo - Salzarulo Giuseppe Lapio: Forte Nicola –
Mottola Nicola – Romano Pasquale – Carbone
Raffaele Lioni: Bianchi Salvatore – Finelli
Pasquale – Cibellis Agostino – Bianchi Francesco - Scolavino Vincenzo e Giuseppe – Ronca
Domenico e Nicola – Perro- ne Antonio – Sibilia
Giuseppe – D’Andrea Angelomaria e Giovanni –
Rizzi Fortunato – Ricca Giuseppe – Calvanese
Carminantonio – Santoro Carla- mato – Soriano
Michele – Nittoli Salvatore Mirabella: Iannelli
Costantino – De Feo Pietro – Cappuccio
Francesco – Barrasso Angelo – Santamaria Luigi –
Cerrati Alessio – Penta Leonardo
Montemarano: Gambale Vincenzo – Coscia Michele – Nargi
Ippolisto – Sena Giovanni – Toni Nicola
Monteverde: Freda Michelangelo – Fiorillo
Pasquale – Mastrilli Gaetano – Velia Francesco
Morra De Sanctis: Di Pietro Diego e Giovanni – Manzi Rocco - Cicirelli Domenico e Giuseppe – Sarni
Luigi e Rocco
Nusco: Sagliocca Salvatore – Della Vecchia Romualdo e
Raffaele – Barbone Stefano – Prudente Gaetano
Paternopoli: Marrelli Michele – Modestino Pasquale – De Iorio
Giuseppe – Marra Giuseppe – Rosania Ambrogio –
Sara Nicola
Rocca S. Felice: Siconolfi Giuseppe – Iannella Pasquale
Rocchetta S. Antonio: Bortone Angelo –
Piccoli Giuseppe – De Cristoforo Teodoro –
Garzone Angelantonio – Vitagliano Matteo
S. Andrea di Conza: Giacomella Michele – Bellini Francesco
S. Angelo all’Esca: De Musis Angelantonio
S. Angelo dei Lombardi: De Luca Lacantonio – Intoccia
Raffaele – Cipriani Carlo – De Vito Guglielmo –
D’Amelio Michele – Fasano Carlo – Sena
Giambattista
S. Nicola Baronia: Maglione Angelo – Ciampolillo Diomede e
Giambattista
S. Sossio Baronia: Sciaraffa Pietro – Maddalena Pietro –
Contardo Giovannantonio
Taurasi: Paladini Domenico – Indico Vincenzo – Uberti
Pasquale – De Curtis Adriano – Nardo Nicola –
Cangiano Gioacchino
Teora: Pannuti Francesco Saverio – Neniani Ciriaco – Corona
Pasquale – Mainenti Pasquale – Luciani Ciriaco –
Guida Nicola – Stefanelli Luigi – Melchionna
Bruno – Zarra Biase Torella dei Lombardi: De
Laurentiis Angelomaria
Trevico: Ferrara Severino – Malleone Giovanni –
Calabrese Francescantonio – Monaco Gaetano –
Petrillo Diego
Vallata: Netta Nicola – Rosato Antonio – De Rosa Vincenzo
Villamaina: Scotti Nicola – Gussone Carlo – Fiordalisi Nicola
Volturara Irpina: De Meo Luigi – Benvenuto Domenico –
Raimo Giosuè – Del Perciò Ciriaco – Marino
Tommaso – Pedicino Domenico
Subirono un processo con o senza condanna e pena
SAVERIO AVALLONE, FRANCESCO CAPPUCCIO ed
i sacerdoti DOMENICO EBOLI settantenne e PRISCO
MINICHIELLO: tutti e quattro di Mirabella Eclano, come
autori di voci allarmanti e di altri eccessi per sovvertire
l’ordine pubblico furono arrestati il 28 giugno 1821. Della loro
espiazione sappiamo solo che il Minichiello andò in esilio
prima a Roma, poi a Marsiglia, ed il Cappuccio morì
nell’ospedale del carcere di Avellino il 30 maggio 1822.
RAFFAELE MARTUCCI farmacista di Andretta, di an.
20, arrestato nell’ottobre del 1821 per discorsi sediziosi tenuti
in luogo pubblico, condannato nel 1823 a 5 anni di prigionia.
GIUSEPPE CARDINALE di Ariano di Puglia, imputato
di aver partecipato a nuove riunioni settarie, stette relegato
nella Favignana col sussidio giornaliero di due carlini. Fu
liberato dall’editto di grazia 18 dicembre 1830.
AMATO ANTONIO COLUCCI di Castelfranci,
identicamente ai due precedenti imputato di aver partecipato a
nuove riunioni settarie e spedito alla Favignana, fu messo in
libertà con lo stesso editto 18 dicembre 1830.
ANDREA SCOPA muratore di Villamaina per detenzione
di emblemi settari condannato l’8 novembre 1824 a 6 anni di
relegazione, per il decreto del 9 dicembre 1825 ridotti di due
anni.
PIETRO RICCA di Lioni per sciente conservazione di un
diploma e carte settarie condannato nel 1826 a 6 anni di
relegazione.
PASQUALE PASCIUTTI e GIUSEPPE SALZARULO di
Lacedonia, imputati nel maggio del 1827 di aver tenuto un
discorso tendente a spargere il malcontento contro il Governo.
GIUSEPPE MADDALENA di Volturarci Irpina per
associazione illecita constituente setta condannato il 20
maggio 1829 a 19 anni di ferri.
TOMMASO SANTORO di Corife imprigionato per
riunione settaria tentata nell’aprile del 1822 allo scopo di
animare i sudditi a rivoluzionare contro il legittimo Governo,
pare che espatriasse.
D. ANTONIO BOCCUTTI, D. ANTONIO e D. MARIA
BOSCO, DOMENICO e FELICE GAMBONE, DIEGO
FUSCO, GAETANO MOSCARIELLO, tutti di Montella,
imputati di unioni settarie tenute nel loro Comune in vari
periodi del 1823.
La rivoluzione del luglio 1820 fu un momento cruciale nella storia del Regno delle Due Sicilie. Inizialmente, la rivolta fu guidata dai Carbonari di Nola, comandati da Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Questi volontari si diressero verso Napoli, costringendo il sovrano Ferdinando I a concedere una Costituzione, basata sul modello di quella spagnola. Tuttavia, pochi mesi dopo la concessione, con l’appoggio degli Austriaci, Ferdinando ritirò la Costituzione e decadde il governo costituzionale.
L’opposizione si trasformò rapidamente in una rivoluzione repubblicana. Il popolo parigino si sollevò, eresse barricate e affrontò le truppe comandate dal maresciallo Marmont. Carlo X e la sua famiglia abbandonarono Parigi. I deputati liberali, in maggioranza monarchici, presero il controllo della rivoluzione popolare e conservarono la monarchia costituzionale, ma con un cambio di dinastia. La casa d’Orléans succedette al trono di Francia con Luigi Filippo, proclamato “re dei Francesi” e non più “re di Francia”.
La rivoluzione del 1830 non provocò rivolgimenti istituzionali in Europa, ma segnò l’inizio di un’ondata di rivoluzioni popolari in tutto il continente.
ANIMATORI
LORENZO DE CONCILIIS (1776-1866)
Avellinese, figlio di Donato e di Maddalena Genovese,
potrebbe rappresentare da solo quanto in Irpinia si operò per il
nostro Risorgimento, a cominciare dai moti del 1820. De
Sanctis di lui scrisse nel “Viaggio elettorale”: “Cosa è
Avellino innanzi all’Italia? È il paese di De Conciliis”. Venne
chiamato il “leone degli Irpini”. Cominciò la vita militare
giovanissimo, e fu alla difesa del forte di Vigliena (1799) e al
ponte della Maddalena. Comandante di una colonna mobile,
contenne l’avanzata dei briganti borbonici sia in Irpinia che a
Potenza e ad Apricena nel foggiano. Andò a combattere sul Po
contro gli Austriaci (1814). Fu carbonaro (iscritto all’Alta
Vendita di Avellino), amico di Guglielmo Pepe, preparò con
Michele Morelli e Giuseppe Silvati, e coadiuvato dai sacerdoti
Cappuccio e Minichini, la marcia di Monteforte che doveva
chiedere ed ottenere la Costituzione dal Re Ferdinando.
Intanto, ad Avellino, si erano dato convegno soldati sanniti,
nolani, e della zona, per invocare la libertà (Luglio 1820.
Allora si creò la “Piazza della Libertà”), con il proclama “Ai
popoli irpini”. Si ebbero le “Cinque giornate di Avellino”
(Colletta, o.c.: “Cinque giorni di storia racchiudono i fasti di
cinque secoli di gloria… Gli avellinesi han ripigliato il nome di
Irpini, e ne sono degni”).
Da S. Angelo dei Lombardi, al comando del maggiore
Alvino, era arrivato un battaglione di soldati.
Il Re Ferdinando, costretto, concesse la sospirata
Costituzione. Successivamente, pentitosi, la ritrattò, iniziando
a colpire quelli che l’avevano caldeggiata.
Una sentenza di morte del 25 febbraio 1823 colpiva il De
Conciliis, accusato di “cospirazione contro lo Stato, diretta a
rovesciare il Governo stabilito”. Ma egli era già fuggito
all’estero, insieme alla moglie (Corfù, Malta, Inghilterra,
Francia: qui, e precisamente a Marsiglia, incontrò Mazzini,
con il quale organizzò la spedizione di Savoia (1832), senza
peraltro prenderne parte). A Parigi visse insieme a Terenzio
Mamiani, Niccolò Tommaseo, Guglielmo Pepe, Paolo
Bozzelli. Tornato dall’esilio, venne reintegrato nel grado di
Colonnello e fu eletto Deputato al Parlamento napoletano del 1848.
Stando ad Avellino, manteneva accesa la idea della
libertà. Organizzò il raduno di Ariano, per un Governo
provvisorio irpino, da dove fece sapere a Vittorio Emanuele, a
mezzo di Nisco: “Riferirai al sommo duce e al suo grande
ministro che all’arrivo di Garibaldi noi dalla vetta di Ariano
proclameremo l’unità d’Italia”. Il Re, a mezzo dello stesso
Nisco, rispose al De Conciliis: “Vittorio Emanuele lietissimo
di avere compagno per fare l’Italia il veterano della nostra
libertà Lorenzo De Conciliis”
A coordinare la insurrezione irpina con quella della
Lucania, fu da De Conciliis il sacerdote potentino Rocco
Brienza. Ad Ariano convennero con 300 militi altirpini, l’Avv.
Camillo Miele di Andretta, Giovannantonio Cipriani di
Guardia, Luigi Bianchi di Fontanarosa.
De Conciliis, per essere di Avellino, non è altirpino; ma
l’opera sua si estese oltre la sua città e per tutta la provincia,
onde non si poteva non parlare di lui, il vero e grande
animatore dei moti irpini, in questo studio limitato all’oriente
avellinese, che costituisce l’Alta Irpinia.
Non gli mancarono riconoscimenti per l’attività
risorgimentale svolta in provincia e nella regione. Garibaldi,
l’II settembre 1860, scriveva una bella lettera a De Conciliis,
che, con il grado di Luogotenente Generale dell’Esercito, fu
nominato Senatore del Regno, e che fu abbracciato
pubblicamente dal Re Vittorio Emanuele, nel palazzo
prefettizio di Avellino (1863).
De Sanctis scrisse di lui su “L’Italia” del 3 marzo 1862:
“In Avellino abbiamo con viva compiacenza incontrato il
nome simpatico del generale Lorenzo De Conciliis. Questo
veterano del ’21, questo orgoglio della provincia, al quale
inviamo un saluto di cuore, questo modesto soldato della
libertà, che rivedemmo al ’60 ringiovanito concorrere con tanta
efficacia all’impresa nazionale e che poi si era eclissato”.
GIUSEPPE CAPPUCCIO (1776…)
Sacerdote. Di Mirabella Eclano. Acceso oratore.
Misteriosa è rimasta la sua fine.
Di lui Cannaviello scrive:
“Una delle figure più notevoli nelle vicende politiche del
’20 fu quella del canonico Cappuccio, non tanto per essere
stato un violento attizzatore del fuoco della rivolta, quanto per
aver fatto enormemente ed inutilmente lavorare autorità,
gendarmeria e popolo per assicurarlo alla giustizia, dopo la sua
scomparsa misteriosa, su cui la fantasia popolare si sbizzarrì
con le più disparate supposizioni.
D. Giuseppe Saverio Cappuccio nacque in Mirabella
Eclano il 18 marzo 1776 dai coniugi Michele e Angela
Minichiello e fu educato nel rinomato monastero dei
Benedettini di S. Lorenzo in territorio di Padula. Datosi al
sacerdozio divenne oratore, e acceso oratore. Di sentimenti
liberali, quando l’armata francese entrò in Napoli, egli ne subì
l’influsso diventando partigiano dei Giacobini”.
MICHELE CAFAZZO (1795-1877)
Bisaccese. Farmacista. Sposato a Pescopagano con
Carmela Orlando. Decurione e più volte Sindaco di Bisaccia,
Gran Maestro della Vendita locale e Capitano. A morte, De
Sanctis così scrisse al Sindaco: “La prego di voler fare la parte
mia, con la famiglia e con tutta la cittadinanza, le mie più vive
condoglianze per la perdita di un così distinto patriota, onore.
Cannaviello – di Bisaccia”.Di lui, in “Civiltà Altirpina” (Anno III, luglio-agosto
1978, pag. 41 – Tip. Irpina, Lioni), il Can. Michele Lattarulo
scriveva:
“Del cittadino, però, e dell’uomo pubblico è più lunga la
storia. È proprio in questo campo che Michele Cafazzo rivelò
se stesso. La sua indole aliena dal servilismo, i suoi modi
franchi ed intraprendenti e la propizia occasione offertagli dai
movimenti politici del 1820 che segnarono nella storia del
Risorgimento della nostra patria una pagina gloriosa,
concorsero alla formazione della sua personalità non comune
per essere ricordata in queste sede. Infatti qui interessa
sottolineare quanto avveniva in Bisaccia.
Il due gennaio 1821 il Decurionato di Bisaccia, con a
capo il Sindaco Angelo Santoro, rivolgeva una petizione al
Parlamento Nazionale; in essa, dopo aver rilevato che il
drappello del Comune, in maggior parte di volontari, si faceva
ammirare per lo spirito patriottico, aggiungeva: “Nipoti essi
dei rinomati guerrieri Romuleani, mentre ricordano ai
compatriotti tutti che non vi è più onorevole momento del
presente… per consolidare la gloria nazionale sulle sue basi,
sono lacerati dal dispetto di far conoscere al Parlamento che
vengono inabilitati ad abbigliarsi, e munirsi di armi… Che
giova l’entusiasmo ed il coraggio, se i mezzi mancano per
esercitarli? … Il patrimonio comunale ha fondi e cespiti più
che sufficienti per provvedere all’indigenza di particolari
legionari e… perché essi non debbono disporre in un’urgenza
tanto impotente per presentarsi con petto spartano innanzi al
nemico aggressore, ove avvenga, ed abbigliati sotto le
bandiere nazionali? No, che i zelanti rappresentanti del
Parlamento non ritarderanno la di loro approvazione per far
prevalere dalla Cassa comunale le somme necessarie alle armi
ed abbigliamenti…”
Non sappiamo se e come rispondesse quell’assemblea;
sappiamo però che Michele Cafazzo, il 21 febbraio, per
provvedere del bisognevole i suoi legionari, stipulava davanti
al regio notaio un contratto con il Sindaco ed il Decurionato.
Con esso, ricevendo in prestito 420 ducati in aggiunta di
altrettanti ricevuti il 13 gennaio per lo stesso scopo, si
obbligava solidalmente insieme col padre possidente, e con
una cinquantina di legionari lì astanti, di riversare alla cassa
comunale l’intera somma con gli interessi del 5 per cento alla
fine di agosto, pena finanche l’arresto personale nel caso di
inadempienza. Quel giorno stesso furono distribuite le
uniformi già commissionate alla capitale, ed egli non tardò a
partire con quei suoi dipendenti alla volta degli Abbruzzi,
sotto la guida del generale Guglielmo Pepe.
Michele Cafazzo riportò una palla al malleolo della
gamba sinistra presso Antrodoco, ove le truppe austriache del
generale Frimont, superiori per numero e per armamento,
vinsero la resistenza dell’esercito costituzionale – i cui
commilitoni si disperdevano per assoluta mancanza di ordini
precisi – invasero il Regno e ripristinarono la monarchia
assoluta a Napoli.
Il Cafazzo fu costretto a fuggire insieme agli altri, incerto
se riparare in Grecia o in qualche altra città d’Italia. Ritenne
opportuno vivere per tre lunghi anni tra Napoli e Pescopagano,
fino a quando una grazia di riabilitazione per i rei di Stato non
gli concesse di rientrare in Bisaccia.
Intanto la rivolta Carbonara si concludeva con numerose
condanne a morte, all’ergastolo e all’esilio, scavando un solco
profondo tra i liberali napoletani e la dinastia dei Borboni.
Quel governo quindi non poteva lasciare in pace gli
uomini della tempra di Michele Cafazzo, onde nel febbraio del
1829, come reo politico, fu arrestato in Bisaccia. Poiché un
colpo d’arma da fuoco, esploso contro il corpo della guardia
della gendarmeria, attiguo al carcere, fu attribuito alla
solidarietà dei settari, di cui abbondava il paese, il Cafazzo fu
tradotto prima nelle prigioni di S. Angelo dei Lombardi, indi
nel Padiglione di Avellino, ove stette rinchiuso per sei mesi, ed
ove ebbe per compagni Pietrantonio Vegliarne, Capone,
Preziosi, Cappucci, Bianchi, Celli e tanti altri notabili della
provincia.
Liberato dalla prigionia, ma rimanendo sotto
sorveglianza, ritornò a casa, e fu subito invitato, nel 1836, a
liquidare annosi litigi del Comune.
Da 1841 in poi, il Nostro – uomo indipendente e liberale
sotto quel governo assoluto – fu sindaco, e più che sindaco,
amico e benefattore dei suoi amministrati.
Per i suoi precedenti politici e la fama meritatamente
acquistata, nel 1848 fu nominato Consigliere Distrettuale, e
con tale incarico nel 1850 funzionò da Sottointendente del
Distretto di S. Angelo dei Lombardi. Fu nel disimpegno
appunto di questa carica che mostrò tutta la sua filantropia:
consigliò, giovò, favorì tutti e, malgrado quei tempi difficili e
incerti, con raro esempio di ardire, distrusse, per quanto era in
suo potere, le liste dei perseguitati politici. E più che in ogni
altro paese del Distretto, la sua opera fu particolarmente
efficace nel Comune di Andretta, ove ottantadue cittadini erano
minacciati di arresto; egli vi accorse, indagò sui fatti a suo
modo, calmò gli animi dei suoi amici politici, allontanò il
timore di ogni possibile danno e ridonò la calma al paese.
Ma nel susseguente anno 1852, tanta luce cominciò ad
offendere la vista degli agenti del sospettoso governo;
l’intendente della Provincia Mirabelli Centurione trovava nel
Cafazzo uno di quegli uomini che, per proprio tornaconto, era
necessario combattere; onde brigò tanto da farlo destituire da
sindaco. Non potendosi il Cafazzo rendersi più utile con la vita
pubblica, pensò di ritirarsi in Napoli, ove dimorò dall’anno
1854 al 1856, conducendo seco anche la consorte.
La polizia non lo perdette di vista un sol momento durante
il suo soggiorno nella città partenopea, ma l’accorto patriota, il
cauto cospiratore seppe schermirsi dalle insidie e vinse i
pericoli.
Passava per lui così la vita, quando ancor più gli ideali del
movimento del Risorgimento italiano gli scesero nell’animo
“dolci e desiderati”.
Fu proprio Michele Cafazzo che, durante il sindacato, ad
esempio, ospitò per tre giorni, dal 18 al 20 novembre del 1862,
il generale Alfonso La Marmora e il senatore Nicola De Luca,
allora prefetto di Avellino, mentre si trovavano in viaggio per
ragioni ispettive fra le comunità dell’Alta Irpinia”.
CLEMENTE E CASIMIRO CELLI
Entrambi di Castelfranci. Il primo era Arciprete di quel
paese; affiancato nel pensiero e nell’azione dai fratelli Basilio,
Benedetto e Casimiro, svolse opera di persuasione verso i
tempi nuovi e diversi. Nel processo che lo riguarda (APA.
Processo Clemente Celli. Cfr. Cannaviello, O.c. 36) fu scritto
di lui:
“Tutti i suddetti fratelli poi all’avvicinarsi degli Austriaci
si diedero ad animare i legionari a partire contro il nemico.
Allo scatenarsi della reazione non valse a Casimiro aver
stipulato davanti all’intendente della Provincia un atto notarile,
con cui dava sicurtà della sua futura condotta politica mediante
la cauzione di 2 mila ducati: fu colpito da mandato di arresto.
Per sfuggire il carcere profittò del libero passaporto, ma a
Terracina lo Stato limitrofo al solito si oppose alla sua entrata
provocando l’imprigionamento dell’espatriato. La stessa Gr. C.
Speciale di Napoli, giudicando gli Ufficiali dei militi andati ad
ingrossare l’armata rivoluzionaria, comprese anche lui nel
medesimo principio, cioè lo condannò il 20 agosto 1825 a 30
anni di ferri, per l’aggravante di aver pubblicamente, il 9
giugno 1821, deformata l’effigie del Sovrano nella Casa
Comunale. Tale pena, maggiore perciò di quella dei compagni,
due giorni dopo re Francesco con sorprendente, inesplicabile
clemenza gli condonava totalmente, facendogli soltanto
obbligo di risiedere fuori del Distretto di S. Angelo de’
Lombardi per un periodo di due anni; ed egli risiedette in
Avellino. Ma ecco che nel 1828 la denunzia di appartenere alla
nuova setta I Filadelfi lo richiude nuovamente in carcere, ove
non stette che solo qualche anno. All’avvento al trono di
Ferdinando II, che elargì la tante volte ricordata ampia
amnistia, D. Casimiro Celli, che in vero più degli altri era stato
beneficato da questo e dal precedente Borbone, sciolse un inno
di riconoscenza, pubblicato nel Giornale dell’intendenza del
Principato Ulteriore”.
Casimiro, che subì vicende varie tra condanne, arresti,
proscioglimenti, fughe e confini, tra i fratelli era il più
effervescente nella causa risorgimentale.
Di lui (Cfr. Cannaviello, O.c. 37) è stato scritto:
“Nelle passate vicissitudini nutrendo uno spirito rivoltoso
contro l’augusta dinastia regnante faceva parte di sette ed
abusando del proprio ministero nel predicare i vantaggi del
regime costituzionale avevasi permesso dire: il Re non è più
Re; ma tutto è popolo… non più morti di fame… Oggi, sebbene
domenica, ognuno più faticare, poiché martedì sarà la gran
festività, giorno in cui tutti dobbiamo recarci al capoluogo del
Circondario, Montemarano, per scegliere i deputati ed ottimi
deputati per rappresentare il popolo…”. Recatosi il dì seguente
al capoluogo chiedeva al Capitolo che, dovendo le elezioni
farsi nella Chiesa Collegiata, si togliessero le Croci e il
Sacramento, e che la Chiesa fosse rimasta a loro discrezione;
ma il Capitolo si oppose. Il Celli obiettò che in queste
circostanze “la Chiesa è della Nazione”. “Voi uscite fuori,
perché il popolo è superiore a tutti.” Pure da una deposizione
testimoniale risultò che il Celli predicò in una domenica
dell’aprile 1848 sui vantaggi della Costituzione, mostrandosi
rispettoso verso la dinastia e lodando il Re per la concessione.
Questo precedente bastò perché la Gran Corte Criminale con
sentenza del 1° luglio 1850 dichiarasse non risultare a carico
del Celli reità di sorta e si ordinasse di serbare gli atti in
archivio”.
GAETANO MARGOTTA (1799-1849)
Sacerdote. Nato a Calitri, aprì a Napoli un Istituto privato,
per meglio diffondere le sue idee liberali. Era sulla scia di altri
liberali calitrani (Michele Tozzoli; Arciprete Pasquale Berrilli;
Pietrantonio Cioffari; Giuseppe Tozzoli; Sacerdote Domenico
Cerrata), i quali tenevano acceso il fuoco della rivolta, con gli
animi anelanti alle libertà umane.
Di lui è stato scritto (Cfr. Vito Acocella – Storia di Calitri,
Federico e Ardia, Napoli, 1951, pag. 134…):
“A preparare il movimento insurrezionale del ’48, aveva
contribuito con la propaganda un altro nostro concittadino, D.
Gaetano Margotta, che a Napoli dirigeva «uno studio fiorente
di giovanetti». Egli era tra gli uomini più in vista in Napoli,
circondato da patriotti, attratti nell’orbita delle sue idee di
vecchio e ostinato cospiratore. Nell’implacata reazione
borbonica del 1848-49, in seguito a denunzia, fu eseguita nella
sua casa, la mattina del 15 marzo ’49, «una legale sorpresa»; vi
erano riuniti alcuni professori e studenti, i quali non seppero
giustificare lo scopo della loro riunione. Ma, purtroppo,
«indosso ai medesimi e nel sito in cui sedevano» furono
rinvenute molte copie d’un opuscolo dal titolo «Grande
Società dell’Unità Cristiana», alcuni notamenti di persone
forse componenti quella riunione, una carta intitolata Agli
sgherri svizzeri di Ferdinando secondo, e varie lettere. Tutti i
presenti furono tratti in arresto. Le indagini eseguite con
diligenza dalla Polizia posero in luce due lettere, dirette a D.
Gaetano Margotta: una inviata da Venezia, nell’agosto 1848,
ed era del nipote, Giovanni Margotta, «uno dei volontari partiti
per la Lombardia, nella quale si parlava esaltatamente di
libertà e d’indipendenza italiana»; l’altra era di un suo fratello,
a nome Michele, – dimorante a Calitri – che lo avvertiva «non
gli si scrivesse di affari politici per tema di compromettersi a
vicenda». Tutta, adunque, una famiglia ispirata ad alti sensi
liberali i Margotta, i cui componenti, per quanto lontano,
mantenevano accesi i loro rapporti per un ideale supremo di
libertà e di patria!
Espletati gl’interrogatori «in cui il Margotta si studiò –
come si rileva dall’istruttoria – dimostrare ch’egli nulla
conosceva della riunione eseguita in sua casa e degli individui
a lui ignoti…», tutti gl’imputati furono inviati in carcere, a
disposizione dell’autorità giudiziaria. In carcere, il Margotta –
che contava cinquantanni – «non si perdé mai d’animo, tanto
che torturato mortalmente dal capo di Polizia, un tal
Campagna, gli vibrò un pugno ardito»; e ogni sforzo dello
sbirro per strappargli la verità e il nome dei complici s’infranse
contro la fermezza del Margotta. Dopo diciotto mesi trascorsi
nel carcere di S. Maria Apparente, s’iniziò quel nefando e
memorabile processo che durò otto mesi, con sessantaquattro
udienze, e si chiuse con le feroci condanne di quei generosi,
pronunziate dalla Gran Corte Criminale con sentenza del 1°
febbraio 1851: il Margotta fu condannato a otto anni di primo
grado di ferri, sotto l’accusa di essere iscritto alla «Setta della
Società cristiana». Subito dopo la sentenza, i condannati ai
ferri furono menati alla Darsena: quivi, sulla banchina, sotto
gli occhi di tutti, ebbe luogo il taglio dei capelli, la vestizione
con la casacca dei galeotti, e poi la ferratura a due a due, con
pesantissima catena, che, fissata al piede con grosso anello,
rendeva indissolubilmente uniti due uomini, notte e giorno,
l’uno schiavo dell’altro. Il Margotta, per la sua dignità
sacerdotale, venne dispensato dal portare la catena; ma tra altri
indicibili tormenti, fu condotto al bagno penale di S. Stefano,
dove scontò intera la pena insieme con molti insigni patrioti,
tra i quali – per citarne alcuni – C. Poerio, S. Spaventa e L.
Settembrini: quest’ultimo ne fa lodevole menzione nelle sue
«Ricordanze». Finì di scontare la pena nel 1859, poco prima
della liberazione del regno di Napoli”.
SALVATORE D’AMELIO (1780-1841)
Salvatore D’Amelio sentiva, seguiva, giudicava con
passione le vicende storiche del suo tempo. Non sopportava la
tirannia, amava la libertà, parlava con ponderatezza. Venne
scelto a tenere il discorso ufficiale, nel capoluogo del Distretto,
che era a S. Angelo dei Lombardi, perché noto il suo pensiero
libertario; perché di un casato tra i più nobili della zona; per la
grande influenza che godeva in tutta la provincia; perché Capo
di un Capitolo cattedrale, che vantava uomini d’ingegno con
largo seguito; perché d’accordo con il Vescovo, Bartolomeo
Goglia, da poco venuto in diocesi. A queste ragioni si
aggiungeva il fatto che il D’Amelio teneva le fila del
settarismo locale e zonale, che trovava in lui un capo deciso,
convinto, coraggioso, intelligente e buon parlatore.
All’indomani della Costituzione concessa da Ferdinando
I, l’entusiasmo, che esplose in manifestazioni di grande
esultanza, portò ad esaltare il Re concedente, e ad approntare
ogni cosa, con sincero amore di Patria, per proficue elezioni
popolari.
Rivolgendosi ai cittadini del Sannio Irpino e delle contrade
ofantine, il D’Amelio sottolineò i seguenti pensieri:
“Lo Statuto Costituzionale che annunzia tempi nuovi
senza dispotismi, è un grande beneficio, perché elimina la
servitù ed offre la libertà. Esso apre un nuovo capitolo; appaga
desideri profondi dell’animo; concede autonomia; asseconda
sforzi di generazioni, che come in Abruzzo e in Calabria,
versano fiumi di sangue; apporta cambiamenti politici in modo
incruento e senza esasperazione; ridona libertà alla Patria;
adempie il voto di tutti gli onesti cittadini; restituisce
gl’inalienabili conculcati diritti civili sulla libertà di opinione,
d’industria senza restrizioni, di proprietà senza soprusi;
consente l’orientamento personale sulle scelte politiche”.
Pertanto l’oratore esortò i presenti ad accettare di essere
eletti, ma a condizione che si fosse degni della fiducia riposta
in loro, bandendo ogni forma di ambizione, votando i
meritevoli, senza farsi sedurre da motivi che non fossero i
supremi interessi della nazione. Poiché le elezioni concesse
della Costituzione borbonica avevano tutta la loro grande
importanza, si invocò l’assistenza divina, affinché venisse
formato un buon governo, capace di agire a bene delle
popolazioni, senza incorrere nel pericolo di una oligarchia.
Bisognava salvare la Patria, o morire.
Il discorso galvanizzò gli animi intorno all’urgenza di
applicare subito e nel modo migliore lo Statuto Costituzionale;
onde, i delegati di tutti i Comuni, che avevano partecipato
all’assemblea per mandato, tornarono nei loro paesi più che
mai convinti di passare all’azione, senza remore e con
coraggio. L’Intendente Tavassi volle copia del discorso, per
depositarlo presso il Ministero della Polizia, quale capo di
accusa – se ve ne fosse stato bisogno – contro il battagliero
Arcidiacono.
Proprietà di linguaggio; felici applicazioni storiche,
letterarie e bibliche; periodare alquanto ridondante, ma senza
forzatura; uso di termini politici e della parola “risorgimento”;
onestà di sentimenti; bontà di consigli; ricordo di preziose
massime morali; avvedute considerazioni per la buona riuscita
delle elezioni popolari, sono le caratteristiche principali della
orazione politica, tenuta, nella Cattedrale di S. Angelo dei
Lombardi il 27 agosto 1820, dall’Arcidiacono Don Salvatore
D’Amelio, del quale, nei registri di Polizia (I parte – A. 1823)
fu scritto:
“Di anni 40. Arcidiacono, influentissimo nella provincia,
uomo di raggiro e d’ingegno. Dignitario Oratore della 2.
Vendita Pericolosissimo. Partecipò come Deputato Aggiunto
alla Dieta Carbonara che si tenne ad Avellino nei primi tre
giorni del dicembre 1820. Nella occasione della elezione dei
Deputati al Parlamento, il 27 agosto 1820, nella Chiesa
Cattedrale di S. Angelo recitò un’allocuzione alla presenza
degli Elettori di Parrocchia del Distretto ivi congregati per
assistere alla Messa dello Spirito Santo.
Nel febbraio del 1821 nella stessa Cattedrale incoraggiò
con prediche i militi e i legionari di andare a battersi contro gli
Austriaci alla frontiera. Nella reazione fu compreso, con i
fratelli, nello Stato nominativo dei 205 individui del Principato
Ulteriore che l’intendente G. Tavassi in una “Riservatissima”
al Direttore della Polizia Generale in data 1° ottobre 1823
reputava “i più irriconciliabili e pericolosi con presente sistema
politico del Regno”.
Una breve allocuzione fu recitata dall’arcidiacono Don
Salvatore D’Amelio nella Chiesa Cattedrale di S. Angelo dei
Lombardi alla presenza dei rispettabili Elettori di Parrocchia
del Distretto, ivi congregati nel dì 27 agosto 1820, per assistere
alla Messa dello Spirito Santo”,
MICHELE SOLIMENE (1795-1864)
Nato a S. Andrea di Conza, Professore di Economia
politica nella Università di Napoli, emigrò a Parigi, dove
pubblicò “Il codice delle Nazioni” e “La riforma del codice
penale francese e degli altri codici che vi hanno rapporto”
(1844).
Carbonaro acceso, divenne “Gran Maestro” della loggia
massonica “Fatti e non parole” (in S. Andrea di Conza?), e, a
modo suo, operò nei moti del 1820-21, a Bari, dove insegnava,
nel Liceo statale, diritto e procedura penale.
Il 1848 vide il Solimene in prima linea. A Napoli,
Professore di spicco qual’era, venne incaricato di redigere il
progetto della Costituzione. Lo fece, fu discusso ed approvato,
ma, per maneggi politici, prevalse il progetto Bozzelli,
Ministro degl’interni.
Accusato di cospirazione, fu arrestato, detenuto in carceri
napoletane, spogliato dei suoi beni e seviziato. Ne ha lasciato
traccia in una sua “Memoria”, dove lamenta, tra l’altro, la
distruzione dei pregevoli quadri e della ricca biblioteca che
teneva in casa.
Con la venuta di Garibaldi a Napoli (1860), fu eletto
membro del Supremo Consiglio Amministrativo. Nell’anno
successivo (1861), ebbe la nomina dal Ministro della Pubblica
Istruzione di allora che era Francesco De Sanctis, di Professore
ordinario di Diritto Internazionale nella Università di Napoli,
dove, pieno di sentimenti risorgimentali, tenne il “Discorso
inaugurale alle lezioni di diritto costituzionale”.
MICHELE NATALE
Sacerdote. Di Nusco. Operò non solo nel suo paese
nativo, ma anche nelle Regioni confinanti, cioè in Lucania e
nelle Puglie.
“In un anonimo diretto durante la reazione
all’intendente di Avellino era indicato come «rosacroce» in
Massoneria e fondatore nel 1816 di molte Vendite nelle
province di Basilicata, Capitanata e Principato Ulteriore, certo
fu Carbonaro capovendita. In un numero unico, pubblicato
nell’VIII centenario della morte di Sant’Amato, leggesi che il
sacerdote Natale fu esiliato a Tunisi nel 1821. È inesatto,
perché egli, colpito da mandato di arresto della Gr. C. Crim. di
Avellino, a metà giugno del 1824 ottenne di partire con libero
passaporto per Roma. Pare fosse insigne oratore tanto da
predicare durante il suo esilio per sette volte nella basilica di
San Pietro. Il Consiglio dei Ministri del 15 marzo 1825 ritenne
si potesse comprendere nella 2a
classe, cioè tra coloro da
abilitare a rientrare nel Regno condizionatamente alle
informazioni della loro buona condotta, arbitra poi la polizia,
nel caso di rimpatrio, di applicare misure di domicilio forzoso
in qualche luogo o di malleveria o di qualche altro obbligo.
Così questo sacerdote fu dei 51 che beneficiarono del R.
rescritto di grazia del 16 agosto 1825 ed ebbero più breve
l’esilio.
ANTONIO MIELE (1813-1863)
Nato ad Andretta. Fratello di Camillo. Sacerdote.
Professore nel seminario di S. Andrea (1831-33). Arciprete di
Andretta (1838). Vicario Generale di Conza (1846): in tale
anno ottenne i Padri dei Sacri Cuori al convento della
Mattinella. Fu amico di Luigi Settembrini, Michele Pironti,
Carlo Poerio, con i quali ebbe in comune pensiero e azione
risorgimentale. A Napoli entrò nelle file della Giovine Italia
(1847), scrisse il “Catechismo della Unità d’Italia”, e, quando
arrivò Garibaldi, in Piazza Plebiscito, alzò per primo la
bandiera tricolore.
Venne rinchiuso nelle carceri di San Francesco in
Napoli, perché ritenuto colpevole di diffondere libri sovversivi,
e portato, successivamente, a Ventotene. Nella causa, si difese
personalmente, in modo egregio.
Scarcerato, formò con Libertini, a Napoli, un comitato
unitario, che aveva per motto “Ordine”.
Settembrini (Cfr. Ricordanze della mia vita – Feltrinelli,
Milano, 1961, pag. 254), quanto a tale causa, chiamata
“Processo dei 42”, così scrive:
“La causa della Unità Italiana, trattata per otto mesi
innanzi alla corte criminale di Napoli, non potrà essere
dimenticata da chi scriverà la storia dei nostri tempi: e forse un
giorno si saprà che vollero, che fecero, e che patirono alcuni
uomini napoletani, e per quali vere ragioni e con quali atti
furono condannati”. Tra questi, primeggiava il Miele,
fiancheggiato da altri quattro sacerdoti, insieme a Settembrini,
Pironti, Poerio, Nisco, Gualtieri, Carafa. Un processo che: ebbe
74 udienze; riempì 14 volumi; vide Gaetano Romeo, tipografo
napoletano, principale accusatore del Miele; ebbe uno strascico
a Campobasso e ad Avellino (1850); occasionò la condanna di
Michele Pironti di Montoro, del Sac. Giuseppe Tedeschi di
Torella dei Lombardi. Nello stesso tempo, e sempre per reati
politici, subirono condanne: il Sac. Giovanni Pennetta,
Domenicantonio e Camillo Miele, di Andretta; Sabino
Iacoviello e Nicola Frieri, di Cairano; Francesco De Sanctis, a
Castel dell’Ovo.
In una lettera dal carcere di S. Francesco ove stava
rinchiuso, tra l’altro scriveva alla sorella di Andretta (15
febbraio 1851): “Fra poche ore partirò per l’isola di Ventotene.
Io parto colla certezza della mia coscienza, scevra di delitti;
nessuno mi può rimproverare di avergli cagionato alcun male.
Forse il Cielo vuole i miei pentimenti in grato olocausto… Se
tutto crolla, non crolli mai, cara sorella, la virtù, né la probità,
né l’onore”.
Accusato di complicità nell’attentato di Agesilao
Milano contro Re Ferdinando, venne subito scagionato”.
Fu musicata e cantata una sua poesia, dal titolo “La
coccarda”, che suona
così:
“Quando compagno t’ebbi nel giorno
Che la cittade tutta gioiva;
Quando ogni giovine, d’un nastro adorno
al cielo, festante Evviva,
Tu favellasti, rivolto a me:
la mia coccarda voglio da te.
Prendila: è verde, vermiglia e bianca,
Io che t’adoro l’ho lavorata,
Tutta una gente che si rinfranca
Come un tesoro l’ho conquistata.
Tu, ch’alma libera racchiudi in te,
La tua coccarda togli a me”.
Dal 30 giugno 1860, cioè per tre anni ancora, godette
piena libertà, della quale si avvalse per inviare, a nome degli
Ecclesiastici dell’Italia Meridionale, un indirizzo al Re Vittorio
Emanuele (6 settembre 1860) e un messaggio a Garibaldi (9
settembre 1860). Inutilmente presentò la sua candidatura al
Collegio di Lacedonia, nelle prime elezioni celebrate ad
avvenuta unificazione italiana, e, successivamente, al Collegio
di Pozzuoli (1862), quando aveva già sperato di ricevere da
Garibaldi il ministero dei culti (1860).
Nelle sue idee risorgimentali era stato incoraggiato dai
compaesani sacerdoti Ottavio Piccolella, Giovanni Pennetta,
Vincenzo Paolo Alvino, Giovanni Guglielmo, Pietro Antonio
Tedesco, e da altri sacerdoti altirpini, quali: Giuseppe Tedeschi
(Torella dei Lombardi), Francesco Paolo Gallicchio e Vito
Sauro (Vallata), Gaetano Margotta (Calitri), Gerardo Sola
(Trevico), Domenico Leone (Montemiletto).
Morì il 25 luglio 1863, a Napoli.
FRANCESCO DE SANCTIS (1817-1883)
Ebbe due zii carbonari, che operarono nei moti del ’20 e
’21 ed esiliati. Alla scuola del Puoti, dove peraltro non si
faceva politica, apprese e maturò idee risorgimentali, e, quando
scoppiò a Napoli la rivoluzione del maggio 1848, con il fervore
dei suoi trentuno anni, al grido “Siamo noi un’Arcadia? La
scuola è vita”, professore ed alunni corsero alle barricate. Fu un
ammiratore di Carlo Poerio (che, nel 1833, era ritornato
dall’esilio) di Pepe, Carascosa, Colletta.
Dal “Discorso ai giovani”, del 18 febbraio 1848, De
Sanctis dichiara la sua fede politica. Disse, tra l’altro:
«La censura è tolta, quando a ciascuno è censura la sua
coscienza e la società è indulgente quando ciascuno è severo
giudice delle sue azioni… Vi è un nobile orgoglio di un uomo e
di un popolo, quando memore di se stesso e giudicandosi non
da quello che egli sente di essere, osa mirare in faccia coloro
che gli stanno sopra e hanno nome di giudici… Le famiglie… vi
hanno avvezzato alla codarda abilità di saper procacciare la
vostra fortuna: voi sognate nella mente generosa un avvenire:
esse sognano una situazione… L’ordine è una parola che tutti
hanno sul labbro, molti nella testa, altri e voi specialmente nel
cuore…
L’ordine che voi conoscete è da Dio al pari che la
libertà; è l’aggettivo, il culto esterno di essa; togliere di sotto
all’ordine la libertà gli è come togliere di sotto al culto la
religione; il culto è allora ipocrisia, l’ordine tirannia e la libertà
e la religione sono spente… Un gran cittadino ringraziava gli
dei di averlo fatto nascere ateniese: voi ringraziate Dio di
avervi fatto nascere sotto Pio IX. Pio IX non mi rende
l’immagine di un vecchio severo; il suo cuore è giovane ed è
l’amore dei giovani.
Voi siete nati ad essere suoi discepoli. Noi abbiamo
tolto alla religione ciò che ella ha di più sacro per santificare la
patria ed abbiamo chiamato sacerdozio, apostolato, missione la
virtù cittadina. Pio IX ci ha meravigliosamente compresi… Voi
sarete la classe diletta a Pio IX? E cari ai giovani furono i nomi
di Pellio, Maroncelli, Berchet, e agli adulti che con il loro
sangue e con il loro ingegno affrettarono il nostro avvenire…».
E tanto entusiasmo, che sentiva e che trasmetteva per
una causa nazionale, fu ripagato con il carcere al Castel
dell’Ovo in Napoli, e con l’esilio a Cervicati (Cosenza), a
Torino, a Zurigo. Fu, pertanto, per oltre dieci anni fuori della
sua terra di origine, prima di poter ritornare a Napoli, nel 1860.
Eletto Governatore di Avellino, Deputato, Ministro, mai
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dimenticò quel periodo di reazione antiborbonica, sempre portò
con sé le idee di libertà nell’ordine, e volentieri rammentò, da
adulto, episodi dolorosi della sua fanciullezza in Morra:
«Quante mie lacrime ha visto quella piazzetta! E qui su
questi gradini, dove ora fantastico, mi ricordo, era intorno
all’alba, un cielo nero e brutto, e stavano seduti molti di casa, e
mia madre mi teneva in collo, seduta anche lei, e attendevano
non so che: io tremavo di freddo. E vennero, e ci fu un grande
abbracciarsi, e si levò un gran pianto, ed io vedendo piangere,
piangevo, strillavo, e mi stringevo alla mamma. Fatto adulto,
mi riferirono che quelli erano gli 8 Morresi del 21, tutti parenti,
due De Sanctis, due De Pietro, un Cicirelli, un Sarni, un
Pugliese ed un d’Ettore che in quel triste giorno prendevano la
via dell’esilio».
Un suo compaesano, l’Avv. Michele Molinari10, nel
trentesimo della morte, e cioè nel 1912, così disse del De
Sanctis “Il patriota”:
“E come De Sanctis era stato educatore e fattore di
uomini, così fu altissimo e nobilissimo patriota. Egli aveva
saputo ispirare e fortificare negli animi con l’amore della
patria, il sentimento del dovere civile, e quando le moltitudini
frementi si volsero ai loro pensatori e filosofi, e quando l’ora
fatale della patria suonò l’appello, tutti quegli scolari si
tramutarono in soldati del dovere e dell’idea, furono i difensori
strenui del popolo e della libertà e imbrandirono le armi,
ovvero datisi all’apostolato e alla propaganda, sfidarono e
combatterono l’esecrato Borbone, costringendolo a dare la
pavida costituzione del 48. Signori, non bisogna credere che la
storia si sia fatta soltanto sui campi di battaglia, e che battaglie
siano solo quelle che comportano strage, spargimento di
sangue e uccisioni. Queste sono le forme inferiori e brutali
della lotta, che ogni uomo incivilito dovrebbe desiderare che
10 Cfr. Voce Altirpina, n. 7, Tip. Volpicelli, NA, 1903, pag. 246.
sparissero presto dalla storia per l’onore dell’umanità, e che
non entravano certo nel cielo ideale di Francesco De Sanctis.
Le più nobili lotte sono quelle che si propugnano nella scuola,
e la vera e grande forza è quella sola del pensiero e dell’idea. S.
Martino, Solferino e il Volturno non avrebbero liberato l’Italia
se la scuola non avesse preparato le coscienze, se non le avesse
tramutate da servili in libere. Quando si è dato al popolo una
coscienza civile, i giorni della tirannide sono contati. In questo
senso De Sanctis fu il più grande capitano d’Italia.
Ma vennero i giorni foschi e sanguigni della reazione. E
De Sanctis, che non apparteneva alla categoria di quei capi che
armarono gli altri e li mandano, pagò di persona. Egli quindi fu
arrestato e incarcerato nel Castello dell’Uovo a Napoli, dove
con la dura prigionia indarno sperò il Borbone di spegnere in
lui la sacra fiaccola dell’ideale e l’ardente amore alla libertà.
Gli studii e la compagnia dei profondi pensieri alleviarono al
prigioniero la tristizia del carcere.
Liberato da Gladstone dopo tre anni di ceppi andò esule
in Piemonte. Gli furono offerte le lire quaranta mensili che il
Governo Piemontese corrispondeva ad ogni esule, ma le rifiutò,
dicendo che doveva procurarsi di che vivere col lavoro. Egli
praticava nella realtà quanto insegnava dalla cattedra, e diceva
che la scuola è la vita!
A Torino dettò memorabili lezioni su Dante, ed ebbe
ascoltatori riverenti e commossi come Cavour, D’Azeglio,
Berti, Sella, Minghetti.
Passò quindi al Politecnico di Zurigo per invito del
Governo Svizzero, ed ivi pure apparve professore originale ed
ammirabile, dischiudente all’arte e alla critica orizzonti nuovi,
vasti campi inesplorati. E quivi ancora si affermò il disinteresse
di Lui, quel disinteresse che non si scompagna mai dagli
uomini veramente grandi e che è fattore precipuo di libertà e di
progresso: il governo svizzero aveva assegnato al professore
italiano lo stipendio di lire tremila, sul quale erano dovuti per
regolamento gli aumenti sessennali. Ma il nostro concittadino
ricusò questi aumenti, e sapete, o Signori, come disse? Egli
disse che le lire 3000 annue gli bastavano per vivere, e non
sentiva bisogno di altro!!!
Si approssimava frattanto il 60 e l’Italia fremeva nella
imminenza di una nuova rivolta contro le Signorie locali che la
tenevano sparta e oppressa. E De Sanctis intese che il dovere lo
chiamava in Italia per combattere ancora con quelli che
anelavano all’unità della patria, scuotendo l’aspro giogo della
tirannide. E venne”.
PASQUALE STANISLAO MANCINI (1817-1888)
Di Castelbaronia. Patriota. Giureconsulto. Grande
oratore. Deputato nel Collegio di Ariano.
Al Consiglio comunale di Avellino deprecò energicamente la
carcerazione di Montefusco, sostenendo che “occorre che i
luoghi di pena più che orribili caverne di ogni luce muti, più
che semenzaio di corruzione e depravazione, divenissero mezzi
e luoghi atti a prevenire il tristo affermarsi di delitti e a risanare
i morbi che rodono le membra del corpo sociale: più che al
terrore e all’esempio dato al pubblico, doversi provvedere alla
morale emendazione dei colpevoli, perché la civile comunanza,
dopo compiuta l’espiazione della pena, li riacquisti pentiti ed a
migliore norma di vivere educati”.
Nel 1848 protestò contro la tirannide borbonica, e
perciò condannato a 25 anni di carcere; aveva scritto la
“Protesta”, che fece firmare da molti Deputati, onde non fu
presente, per il mandato di arresto, alla riunione di
Monteoliveto.
Esule a Torino, insegnò “Diritto internazionale” in
quella Università. Lì, nella prolusione che indicava i
presupposti giuridici del Risorgimento, sostenne la “Teoria
psicologica del sentimento nazionale come fondamento del
diritto delle genti” (23.1.1851).
Propugnò l’abolizione della pena di morte. Quale
Ministro degli Esteri, firmò la “Triplice Alleanza” e favorì le
spedizioni italiane in Africa.
CAMILLO MIELE (1819-1892)
CAMILLO MIELE di Giuseppe e di Isabella Alvino,
nacque ad Andretta (Av.) il 29.X. 1819 e morì a Montella (Av.)
il 12 marzo 1882. Di lui fu scritto: “Amava la Patria come
Dante, scriveva come Giordani, poetava come Alfieri”
(Ferdinando Lombardi – Commemorando Francesco De Sanctis
- S. Angelo dei Lombardi, Tip. Davidde, 1900). Gli fu imposto
il nome dello zio medico Camillo, che fu discepolo e
compagno di Domenico Cirillo, il martire della Repubblica
Partenopea. Il nonno materno, Amato Alvino, intimo amico di
Guglielmo Pepe e di Lorenzo De Conciliis, con il grado di
Maggiore e capo di un battaglione di Volontari, con 40.000
uomini partì dalle gole di Monteforte verso Napoli, per
chiedere, ed ottenere, dal Re Ferdinando I la Costituzione
(1821).
Ebbe come fratello Antonio, Vicario Generale di
Conza, che, imputato di cospirazione e di diffusione di libri
sovversivi, venne condannato alla pena di relegazione, che
espiò nell’isola di Ventotene.
Camillo Miele ebbe altissimo il culto della Patria e della
libertà.
Perciò:
— nel 1848, protestò contro i Borboni per aver soffocata nel
sangue l’anelito alla libertà;
— nel 1851, venne coinvolto in un processo per i al regime;
reazionari
— negli anni 1851-1860, prese parte a tutte le cospirazioni per
la riscossa;
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— attaccò l’ultima resistenza borbonica, inseguendo le bande
di Crocco;’
— dopo aver combattuto valorosamente, proclamò il governo
provvisorio ad Ariano di Puglia;
— incoraggiò amici a seguire Garibaldi;
— tenne discorsi patriottici e pubblicò “L’inno 29 gennaio”
(1848), che fu musicato e cantato;
— indirizzò a Guglielmo Pepe suoi conoscenti (Es. Mimi
Donatelli) per la difesa di Venezia;
— pubblicamente – insieme a Filippo Capone e a
Giovambattista Sepe – protestò contro il Re liberticida,
a S. Angelo dei Lombardi;
— coraggiosamente accettò la prigione in Avellino, dove
languì per più di un anno (1851);
— dopo averli incoraggiati a seguire Carlo Pisacane, compose
una elegia per i valorosi Giustino De Respinis,
Giovanni Policano (di S. Angelo dei Lombardi),
Antonio Santoro, Carmine Alifano (di Lioni), già suoi
clienti;
— tenne rapporti epistolari e personali incontri con Giovanni
Nicotera e Carlo Pisacane, in Avellino, quindici giorni
prima della celebre spedizione da Ponza a Sapri;
— accettò in nome del Generale Garibaldi, la nomina di
Commissario Politico del Distretto di S. Angelo dei
Lombardi;
— inviò un dettagliato rapporto a Garibaldi e a Liborio
Romano sul conflitto armato di Ariano nel quale
caddero eroicamente due nostri Sacerdoti: don Leone
Frieri, Arciprete di Cairano e don Giuseppe Iacoviello;
— il 12 settembre 1860, nel duomo di Ariano – dopo che il
Vescovo del luogo Mons. Caputo aveva impartito
l’assoluzione al tumulo insieme ai Canonici della
Cattedrale – pronunziò una elevata orazione funebre sui
morti del locale conflitto antiborbonico; ed altrettanto
fece, nel primo anniversario di quell’eccidio;
— ricordava sempre i caduti andrettesi, e cioè: Gaetano Alvino
e Leopoldo Girardi, tenenti; Amato Alvino, sergente;
Giuseppe Piccolella, caporale; Sabino Scarano e Luigi
Di Benedetto, guardie nazionali.
Una lettera rivelatrice dei rapporti irpino-lucani è quella
che Argentini, alfiere dei moti della Basilicata, scrisse al Miele,
qualche giorno prima di partire sul “Piemonte” da Quarto, con
Garibaldi; voleva essere un incoraggiamento a tener vivi gli
ideali e le speranze del riscatto, oltre a un amichevole
ragguaglio di una spedizione ricca di amor patrio, pur se non
troppo fornita di mezzi per realizzare un grande disegno: dal
meridione, liberato dal duro governo borbonico, iniziare la
tanto vagheggiata aspirazione della Unità d’Italia. Così
l’Argentini scriveva, tra l’altro: “Noi non abbiamo che le nostre
armi e le munizioni personali; solo carabinieri genovesi e i
cacciatori di Pavia sono muniti delle eccellenti carabine
federali svizzere; alcuni hanno fucili catenacci; altri un
revolver; altri vecchie pistole; altro solo una sciabola.
Più della metà sono uomini d’intelletto e di studio:
avvocati, medici, professori, ingegneri, miei colleghi, tre preti e
alcuni seminaristi; il resto gente rozza, ma forte, ardita,
entusiasta, brava a menare le mani.
Dio ci accompagni!… Se io moro, addio per sempre!…
Se tutto andrà bene, ci rivedremo a Napoli, poi a S. Angelo, poi
in Andretta sul belvedere di Vostra casa”.
La Lucania insorse e fu proclamato il governo
provvisorio in Potenza, mentre per la provincia di Avellino era
stata scelta Ariano. Il Miele fece sapere a Pescopagano di
comunicare ad Albini e a Mignogna di Potenza che, ad ogni
buon fine, per ogni utile collegamento e intese, egli si era
messo in relazione con Porcari, con De Marco e con
Carbonelli. Il prodittatore della Lucania mandò sei privati
insurrezionali, tra cui Rocco Brienza e il Corrado, per unirsi ai
volontari della provincia di Avellino. Il Miele raccolse cento
uomini, li armò, li equipaggiò e alla testa di essi mosse da
Andretta il pomeriggio del 3 settembre, raggiungendo la vetta
di Ariano la mattina del 4 (A. Zazo – Il Sannio nella
rivoluzione del 1860 – I cacciatori irpini – Cooperativa
Tipografica, Benevento, 1927).
In occasione del plebiscito, fece arrivare la sua voce
anche in Lucania, con le seguenti parole: “… Le penne degli
scrittori non possono ritrarre l’entusiasmo destato in tutta Italia
al nome di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, l’uno la spada
d’Italia, l’altro palladio della libertà dei popoli… Un grande
atto oggi si compie. Dopo nove secoli il popolo anche oggi si
aduna in comizi per deliberare sulle sue sorti. Pensate dunque:
scegliete e decidete! Dalla vostra sentenza dipenderà la nostra
libertà perpetua o la nostra sventura.
Bando ai partiti alle discordie. Siamo tutti italiani;
abbracciamoci nella comunanza dell’unità affermativa dei
suffragi e saremo liberi, forti e felici”.
Nell’aprile 1861, Crocco (= Carmine Donatelli),
rionerese, nominato Generale Comandante da Francesco II –
insieme a Michele La Rotonda e Vincenzo Nardi, da
Ferrandina, con circa 4000 uomini, trecento dei quali con
cavallo – dalle foreste del Vulture, dove si era accampato, fece
sapere a Don Camillo di prepararsi a riceverlo con la bandiera
bianca; si ebbe questa risposta coraggiosa, quasi sfida: “Dite a
Crocco che lo riceveremo con la bandiera rossa”. E fu così,
perché – dopo aver spadroneggiato a Melfi, che il 12 aprile
1861 si dichiarò a favore dei Borboni – Crocco si mosse verso
S. Angelo dei Lombardi, mettendo in soqquadro i paesi che
attraversava, e cioè Monteverde, Aquilonia, Calitri, S. Andrea
(qui l’Arcivescovo Mons. Gregorio De Luca, ad evitare il
peggio, ricevette in Seminario il Crocco, cui offrì un lauto
pranzo).
A S. Angelo, in assetto di difesa ad oltranza, lo
attendeva Camillo Miele, che, con il Can. Nicola Maria
Fischetti e Giambattista Sepe, comandava un nucleo di militi
disposti a combattere all’aperto, dai tetti, dall’alto del castello,
dal campanile della Cattedrale.
Alla banda di Crocco, che aveva raggiunto i dintorni di
S. Angelo, attraversata Lioni, il Miele oppose un battaglione di
bersaglieri, accorso per la difesa, e parecchie Guardie nazionali
di Andretta da lui richieste per la circostanza; la inseguì fino a
Barile, dopo averla battuta nel tratto Calitri-Aquilonia.
A Camillo Miele – autore della protesta al Borbone,
carcerato politico, eroe di Ariano, combattente valoroso,
vincitore della banda di Crocco, voce dell’Altirpinia, pioniero
risorgimentale, tessitore di rapporti tra Irpinia e Lucania –
l’amico di idee e di battaglie, il sacerdote don Rocco Brienza,
da Potenza, riferiva il da farsi, mentre lo ringraziava per le
notizie e i consigli che gli dava.
ACHILLE ARGENTINI (1821-1903)
Nacque a S. Angelo dei Lombardi il 29 novembre 1821.
Il padre, che tutti chiamavano Don Raffaele, era
Tenente dei Gendarmi, cioè dei soldati del Re. O per le
continue lamentele del padre, nell’ambito familiare, contro il
governo borbonico; o per una forma contestativa alla esagerata
borbonicità della famiglia; come è più probabile, per i tempi
nuovi, favorevoli a un liberalismo puro, non intriso di
anticlericalismo, e contrari alle forme assolutistiche di Stato; o
per seguire una moda giovanile, che poi, radicalizzandosi, dette
un ’48 in tutto il suolo nazionale, il nostro Achille, respirando
idee di libertà e di unità, crebbe con sentimenti pieni di amor
patrio, che, da universitario a Napoli, con gl’immancabili e
talvolta occasionali incontri con giovani anticonformisti,
crearono in lui una coscienza e un motivo di vita, rivolti a
rovesciamenti di situazioni secolari, per conseguire i quali
sarebbero stati affrontati, con la gioia che ogni nobile passione
offre, i più duri sacrifici.
Il papà si trasferì a Potenza allorché venne promosso
Capitano dei Gendarmi, quantunque aspirasse ad andare a
Napoli, sua città nativa.
Achille ebbe un fratello, Giuseppe, che fu Vice Capo
Ufficio della Intendenza di Basilicata e Segretario del Reale
Collegio, allievo del famoso rettore Francesco Coronati, e un
altro, Antonio, impiegato nella Segreteria dell’Intendenza:
entrambi, come Achille, intenti a creare fermenti di libertà tra
la buona gente lucana.
Forse per motivi familiari, passò a Potenza, dove si
distinse per patriottismo, fondò l’associazione «Unità d’Italia»,
lanciò un celebre «Memorandum». Perseguitato negli anni
1848-49, venne carcerato nell’agosto 1851. Fu legato ai ferri
per otto anni (1851-59) a Procida, a Ischia e a Nisida. Rifiutò la
grazia di Ferdinando II. Nel 1859, con altri detenuti politici,
venne destinato, in esilio perpetuo, nell’America del Nord. In
seguito a strategica rivolta, operata a Cadice a iniziativa di
Raffaele Settembrini, figlio di Luigi, si rifugiò, con gli altri, in
Irlanda, poi a Londra, quindi in Piemonte.
Si adoperò perché Sicilia e Napoli insorgessero contro i
Borboni.
Il 5 maggio 1860, partì, con Garibaldi, da Quarto a
Marsala, sulla nave «Piemonte» dopo aver preparata
personalmente la famosa spedizione dei Mille: fu allora a capo
dei servizi logistici, quale ingegnere, e combatté in testa, a
Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Reggio ecc… Il
Luogotenente Eugenio di Savoia gli offrì il posto di
Caposezione al Ministero degli Interni, ma l’Argentini
dignitosamente non l’accettò.
A sua insaputa, venne proposto per il Collegio di Melfi,
e riuscì Deputato. Esortato da Francesco De Sanctis a
presentarsi Deputato nel Collegio del suo paese nativo, nelle
elezioni del 1880, purtroppo non riuscì, per una presenza più
incisiva e maneggi più scaltri di altri candidati.
Conobbe personalmente Mazzini, Cavour, Garibaldi,
Bixio, Vittorio Emanuele II, ed ebbe fraterna amicizia con
Settembrini, Poerio, Castromediano, Agresti, Faucitano,
Pironti, Miele, Petruccelli, Cortese, Fantozzi, Terzillo, De
Sanctis Angelo e Vito, Del Balzo, Maffei, con i quali condivise
ideali, carcere, esilio e battaglie.
Insigne tra gli Irpini è l’Argentini, come potrà rilevarsi
dalla sintesi che segue sul patriottismo e su alcuni scritti di lui.
Difatti:
fomentando e capeggiando la insurrezione
antiborbonica; andando a combattere in Lombardia contro gli
Austriaci, da volontario; sfidando una persecuzione spietata dei
vari Intendenti lucani; sopportando eroicamente il decennale
carcere duro con ferrei ceppi ai piedi; preferendo l’onorato
esilio alla libertà condizionata; tornato in Patria, rimanda sine
die la scelta di una compagna in onesto matrimonio, aderendo e
collaborando, già quarantenne, alla leggendaria impresa
garibaldina; rimanendo sui luoghi della lotta cruenta, mentre i
compagni di catene, quali Settembrini, Poerio, Castromediano,
ecc… preferivano ritornare nella quiete del focolare domestico;
accettando lo spontaneo voto del popolo melfitano, per cui poté
sedere fattivamente alla Camera dei Deputati, ove approntare le
prime leggi di una Italia unita; dignitosamente rifuggendo da
qualsiasi ricompensa, che da più parti, per l’eccezionale
servizio reso alla Nazione, gli veniva offerta; schivando le
ambite amicizie dei grandi risorgimentali, che lo avevano in
onore; imponendosi con una vita spesa fino agli ultimi dei suoi
giorni per le maggiori fortune del suo Paese, l’Argentini si
presenta fulgido esempio di cospiratore, di patriota, di martire
per la indipendenza nazionale, degno, pertanto, di stare, sulla
ribalta nazionale, con non minori benemerenze, accanto a
Mazzini, a Garibaldi, a Manin, a Poerio, a Settembrini, per aver
insieme ad essi avviato e risolto, con il pensiero e il braccio, il
primo Risorgimento d’Italia, da cui ogni successiva patria
affermazione e civica vittoria.
Nel 1848, prima che il Re di Napoli dichiarasse la cooperazione alla guerra contro l’Austria in Lombardia, un appello venne pubblicato a Potenza rivolto ai giovani della Basilicata. Questo appello invitava i giovani a unirsi alla lotta per l’indipendenza italiana e a partire per la Lombardia, dove si stavano decidendo le sorti del paese. L’autore dell’appello, Achille Argentino di S. Angelo dei Lombardi, mostrò il suo ardente spirito patriottico e partecipò successivamente ai moti rivoluzionari. Inoltre, un inno marziale intitolato “Ai prodi Lucani” fu scritto da Michele De Fina nello stesso giorno, incoraggiando i giovani lucani a liberare la Lombardia dall’influenza austriaca. Questi eventi segnarono una fase di fervore nazionale nella Basilicata, nonostante l’oppressione borbonica. La lotta per l’unità e l’indipendenza dell’Italia continuava, e i giovani lucani si unirono alla causa con coraggio e determinazione.
GIOVANNANTONIO CIPRIANO (1824-1906)
Notaio. Nacque a Guardia dei Lombardi il 13 novembre
- Amico personale di Francesco De Sanctis, che ospitò più
volte a casa sua, ne condivise idea ed azione, e il De Sanctis,
che ebbe con il Cipriano un carteggio tuttora inedito, lo ebbe
tra gli amici più cari.
È una figura di patriota che merita maggiore luce. Di lui
dice il Prof. Aurelio Popoli:
“Sin da fanciullo dimostrò una particolare irrequietezza
e a diciotto anni già faceva parte della Carboneria. Quindi,
studente ad Avellino, si iscrisse alla Giovane Italia. A
ventunanni conseguì, presso l’università di Napoli, la laurea in
giurisprudenza e in quella città prese parte attiva ai moti del 15
gennaio 1848.
Nel settembre 1858 abbandonò clamorosamente
l’ufficio di notaio, per non stipulare contratti illegali, pretesi
con protervia dal Principe Capece – Zurlo.
Il 25 giugno 1860, mentre si attendeva la
comunicazione ufficiale della concessa Costituzione da parte di
Francesco II, innalzò sulla cima dell’alto campanile la bandiera
tricolore, che portava una vistosa scritta in oro: Viva
l’indipendenza e l’unità d’Italia – Viva V. Emanuele II. –
La polizia borbonica intervenne per sequestrare il corpo
di un sì grave reato, ma il Cipriano, che aveva previsto
l’intervento, con uno stratagemma riuscì a far sparire la
bandiera.
Da Francesco Pepere, patriota e grande giureconsulto
avellinese, il Cipriano fu invitato a dare la sua collaborazione
per la riuscita della rivolta Irpina contro Francesco II. Nel
settembre del 1860, con la fatidica bandiera, a capo d’un
reparto di volontari si recò ad Ariano, dove, in nome di Vittorio
Emanuele II, proclamò il primo governo provvisorio.
Purtroppo, qualche giorno dopo, il popolo arianese, sobillato
dai sanfedisti, si rivoltò contro i patrioti e Cipriano, nella strage
che seguì, si salvò miracolosamente, non senza aver riportato
numerose gravi ferite, che fecero temere per la sua vita.
Quindi, contribuì validamente alla repressione del
brigantaggio nelle nostre contrade. Nella notte del 3 dicembre
1860 partecipò alla eliminazione di una banda capitanata dagli
ex sottoufficiali borbonici Testa e Pezzano, che aveva seminato
il terrore nella Baronia. Insieme al Prefetto di Avellino De
Luca e al Maggiore dei bersaglieri Zannoni, fu in Basilicata
con un reparto dell’esercito regolare. Nei pressi di Melfi fu
eliminata una delle più terribili bande, capitanata da Carmine
Donatello, dal triste e famoso nome di battaglia “Crocco”.
Durante i moti della primavera del 1898, il Cipriano
non mancò di far giungere la sua voce sino ai piedi del trono di
Umberto I.
All’inizio del nostro secolo, vecchio e stanco, si ritirò
nel paese natio, dove visse gli ultimi anni amorosamente
assistito dalla nipote Donna Giovanna Cipriano. Il mattino del
trenta luglio 1906, dopo una vita intensamente vissuta,
l’irrequieto, generoso Patriota lasciava la terra tanto amata per
la serenità della Patria eterna”.
VINCENZO SEPE e NICOLA SEPE
Entrambi di S. Angelo dei Lombardi.
Vincenzo Venanzio (1826-1866)
Nato all’indomani dei moti popolari irpini, e messo alla
prova dall’Avv. Camillo Miele – che gli promise di dargli in
sposa la figlia a patto che il giovane avesse partecipato ad
azioni di guerra per l’onore della Patria – sospese gli studi
universitari in Napoli, per correre laddove poteva mostrare il
suo patriottismo. Si arruolò tra le file garibaldine, dando buona
prova di sé.
“Di nobile lignaggio, di nobile cuore e di nobile
ingegno, al grido di guerra contro l’Austria, disertò la scuola di
giurisprudenza che frequentava alacre nella Università di
Napoli e corse sotto le insegne di Garibaldi con lui
combattendo a Monte Suello, a Caffaro, a Condino, a
Bezzecca, nel 1866. Ma su quelle ardue balze fu sparso indarno
molto nobile sangue, che 52 anni dopo, un’Italia più forte fece
duramente ripagare sul Piave e a Vittorio Veneto’ (F. Mignone,
O.c. pag. 122).
Nicola Maria (1827-1913)
Amico intimo di De Sanctis, con il quale divise le lotte
napoletane, gli ideali liberali; sul magnifico busto bronzeo nel
cimitero di S. Angelo, vi è questa epigrafe: “Patriota senza
macchia/ delle lettere e del giure/ cultore maestro/ nella vita
pubblica e privata/ non conobbe e non praticò/ che l’onestà”.
“Insigne avvocato, a niuno secondo nelle dottrine
giuridiche, in mezzo alla rigidità delle austere discipline, non
trascurò gli studi umanistici, onde ci lasciò delle prose
squisitissime, alcune inedite, altre pubblicate: ma meglio di
tutto trattò la poesia, bevendo alla fonte di Dante, di cui era
appassionato cultore” (F. Mignone, O.c., pag. 123).
GIOVANNI E ACHILLE MOLINARI
Una lettera di Giovanni al Re
Sire
Molinari Giovanni Capitano della Guardia Nazionale
del Comune di Morra Irpina in P.° Ultra espone alla M. V. i
seguenti servizii resi alla Patria, per i quali non chiede alcun
compenso, ma soltanto un segno onorevole, da rammentargli in
ogni occasione l’obbligo di vieppiù difendere, e cooperarsi pel
bene della Nazione.
Dessi sono:
1° Nel 1860 con suo figlio Achille, ed alla testa di 28
individui si portò in Ariano per formarsi il Governo
Provvisorio.
2° In maggio 1861 alla testa di un distaccamento
scontrossi coi briganti capitanati dal Crocco, ed in conflitto
tolse loro due cavalli, diverse armi da fuoco, che furono
consegnate al Sotto Prefetto Bascone.
3° In febbraio ’63 nell’eseguire una perlustrazione ebbe
ad attaccarsi con la banda Andreotti, dalla quale catturava due
briganti, ed una Mula, che venivano subito consegnati al Sotto
Prefetto del Circondario.
4° In marzo dello stesso anno ’63 sorprendeva di notte
tempo una masseria in cui erasi rifugiato il brigante Luigi
Quetta; il quale facendo resistenza venne ferito in modo, che
dopo breve tempo si morì.
Posto ciò i briganti venuti a conoscenza di quanto
l’esponente operava a loro danno, per dispetto incendiarono
una masseria, ammazzandogli diversi animali vaccini, danni da
cagionargli la perdita di lire 3000.
In ultimo fa noto a V. M. che egli sarà come per lo
passato instancabile nella persecuzione di questi ladri, che
infestano le nostre contrade.
Quindi se tale esposto convincer possa la M. V., il
petente sarà sicuro di ottenere quanto umilmente chiede.
Morra Irpina 7 Aprile 1864
Giovanni Molinari
MUNICIPIO DI MORRA IRPINA
Il Sindaco e Giunta del Municipio suddetto dietro
lettura d’una dimanda presentata dal Capitano di questa
Guardia Nazionale Sig. Molinari Giovanni a S. M. diretta, affin
di ottenere uno insegno onorifico –
Veduto quanto in essa si è esposto effettivamente essere
tutto vero, gli rilascia il presente attestato.
Morra Irpino 7 Aprile 1864
A. De Sanctis Sindaco
C. Alessandro D’Ettorre
Giuseppe Gargani
Giuseppe Sarni
Aspirazioni patrie comuni
Lorenzo De Conciliis – cui un po’ tutti facevano capo –
si servì del tenente santangiolese Fischetti (la cui famiglia, nel
1799, per le idee libertarie, veniva trucidata), e dell’andrettese
maggiore Amato Alvino, per organizzare una resistenza in
Altirpinia, e per un contributo militare a Monteforte.
Alvino, partendo da S. Angelo con un battaglione,
marciò verso il casertano, allo scopo di accerchiare Napoli e
indurre il Re a concedere la Costituzione (1820).
Nel 1821 (aprile), venne messa la taglia di mille ducati
sulla testa di De Conciliis, e (22 ottobre) la Gran Corte
Speciale di Napoli iniziò la causa contro i rivoltosi di
Monteforte, tra i quali erano parecchi dei nostri.
L’Intendente Tavassi, il 1 ottobre 1823, indicò alla
Direzione Generale della Polizia i più “pericolosi nemici del
presente sistema politico del Regno”: erano 205 uomini di P.
U., tra cui il giudice Giuseppe Maria de Ferrariis.
De Conciliis, in data 24 gennaio 1824, veniva
condannato alla pena di morte. Come appartenenti alla Setta
dei Filadelfi, antiborbonica, furono denunziati: Benedetto e
Casimiro Celli, di Castelfranci; Nicola Clemente, P. Giuseppe
Verzella, Ludovico Coscia, di Montella; Giuseppe De Jorio, di
Paternopoli; Tommaso Buono, di Chiusano; Francesco Guarini
e Michelangelo Piemonte, di Solofra; Francesco Massimino,
Stefano Preziosi e Luca Barra, di Avellino; Deifobo Bisogno,
di Montecalvo; Giuseppe Capone, di Altavilla; Nicola
Palomba, di Montesarchio; Giuseppe D’Aula, di Bonea (1828).
Vito e Michele Purcaro, arianesi, vennero condannati
all’ergastolo (1833): ad essi erano idealmente uniti Fra Angelo
Peluso, Agresti, Landolfi, De Simone, Chianesi, Turano,
Morici, Lopez, Canisio, Vecchione, Cilento.
Ferdinando Ippolito, Ispettore di Polizia a S. Angelo,
inviò al Ministro della Polizia in Napoli una relazione circa la
condotta dei settari santangiolesi, facendo rilevare come
l’Arcidiacono D’Amelio propagandava notizie estere,
interpretandole in senso antiborbonico, nella speranza di un
capovolgimento, da realizzare a ogni costo, anche con guerra
(16. XI. 1826 e 1827).
Antiborbonici, anelanti a libertà, rivoluzionari, vittime
seppure in modo diverso, della reazione borbonica, e patrioti,
furono:
Margotta Giovanni (1822-1849), di Calitri, che andò a
difendere il forte di Marghera (Venezia), con soldati del
napoletano; Miele Antonio (1813-1863), di Andretta; Cafazzo
Michele (1795-1877), di Bisaccia; Chiarolanza Annibale
(1824-1896), di Cassano; Cipriani Giovanni Antonio (1824-
1906), di Guardia dei Lombardi; Achille Argentini (1821-
1903), di S. Angelo dei Lombardi, cospiratore, condannato ai
ceppi, esiliato; Cappuccio Giuseppe (1765-1832), di Mirabella;
Capozzi Michele (1836-1917), di Salza; Garzilli Nicolò (1831-
1850), di Solofra; De Cristofaro Severino e Romualdo, di
Summonte; Soldi Serafino (1817-1887), di S. Martino
Valcaudina; Mattia Andrea (1806-1861), di Quadrelle; Pironti
Michele (1814-1885), di Montoro Inferiore; Luisi Ludovico, di
Greci.
Propugnarono, attraverso scritti ed appelli, una vita
nuova irpina:
Serafino Pionati, avellinese, con “Ricerche storiche
sull’Istoria di Avellino” (1828-29); Michele Montuori, con libri
sul “Commercio”, sulla “Descrizione Economico-politica della
valle superiore del Sabato” (Napoli, Perrotti, 1838), su “La
georgica sulla coltivazione dei nocciuoli” (poemetto: 1848); P.
Paolo Parzanese, con i suoi “Canti” (1847); Cesare e Pasquale
Rotondi; Giuseppe Vitoli; Giuseppe De Miranda; Modestino
Piciocchi; Giovanni Lanzilli; Matteo De Conciliis; Modestino
Della Bruna; Mariantonio Del Gaudio; Federico Cassitto.
Ad accendere gli animi per una Patria libera, scrivevano
terzine, sonetti e opere: Enrico Capozzi (terzine sul cap. V di
Isaia); Federico Villani: “Iacopo Ortis” (1836), “Francesco
Cenci” (1841), “Imitazione” (1848), “Il Liberatore” (1860);
Domenico Murena: “Poche rimembranze di gloria italiana”
(Sandulli e Guerriero, Avellino); Raffaele Masi. A Napoli
vigilavano, insegnavano, dalle cattedre e nei fori, l’amore alla
libertà: Mancini; De Sanctis, De Luca, Imbriani, Modestino.
FERMENTI NEI PAESI
Pressione borbonica e reazione di popolo
“I Borboni non avevano perdonato al Principato Ultra la
sollevazione del luglio del 1820, perché, come scrive il
Colletta, esso fu teatro d’azione e i cinque giorni di storia che
scrissero gli Irpini racchiudono i fasti di cinque secoli di
gloria. Non avevano dimenticato che di fronte all’incalzare dei
ventimila uomini irpini Ferdinando I con un editto pubblicato
il 6 luglio 1820 si era dovuto piegare e promettere la
Costituzione che solennemente giurò il 13 luglio.
Per questi ricordi la provincia era stata tenuta sempre
sotto pressione, pressione che mozzava il respiro e rendeva
intollerabile la vita politica e lo sviluppo economico. La
violenza, la persecuzione, la vigilanza costrinsero molti uomini
a rifugiarsi altrove, ma non distrusse la reazione, anzi questa
rimase vigile nella loro coscienza e fu il motivo di un nuovo
vigore. I rifugiati mantennero alto il sentimento di libertà e di
unità d’Italia e accesero le premesse psicologiche e morali per
la lotta ai Borboni.
In provincia era scarsa la cultura e un analfabetismo
pressoché universale non lasciava penetrare la verità storica
che si dibatteva tra borbonici, cavouriani, garibaldini,
mazziniani e piemontesi. I diversi rivolgimenti politici fecero
prevalere la corrente garibaldina e l’Irpinia poté essere annessa
al Regno Sabaudo. L’annessione non riuscì a ristabilire
l’equilibrio e la pace perché gli uomini rimasero in tante
multiple correnti, in contrasto, in lotta gli uni contro gli altri.
Anzi si moltiplicarono le sette contro le quali il potere sabaudo
dovette lottare duramente per richiamare l’ordine. Il
banditismo si diede alla macchia e cominciò a disturbare e i
centri abitati e le persone di transito sulle strade principali e
secondarie. Il governo piemontese, per richiamare all’ordine,
istituì un corpo di guardie nazionali. Aveva questo il compito
di sorvegliare tutto e consolidare il nuovo ordine di cose.
S. ANGELO DEI LOMBARDI, capoluogo dell’Altirpinia
A S. Angelo, dove al tempo della Repubblica Partenopea
era circolata aria di restaurazione, attecchì rapidamente la
reazione antiborbonica, che venne portata nei paesi vicini.
Perciò, infierì la repressione governativa anche per semplici
sospetti. Fu, quella degli anni venti dello scorso secolo, un
periodo in cui anche a S. Angelo si viveva con l’incubo di
cadere nelle grinfie borboniche; e non mancarono denunzie
nascoste o palesi tra le diverse frazioni paesane, che tenevano
il fuoco acceso e poco conferivano alla pace cittadina.
Carbonari, rivoluzionari, semplici settari vennero colpiti
da pene varie: carceri, esonero dell’ufficio, sospensione degli
incarichi, sorveglianza, domicilio coatto, deportazione,
espatrio. Il capo di accusa variava: pericolosità, settarismo,
irreconciliabilità, sedizione, raggiro, influenza nel Distretto,
reazione, fondazione di baracche, adesione alla marcia di
Monteforte.
I primi a caldeggiare le nuove idee furono i Canonici della
Cattedrale (vedi a parte: Salvatore D’Amelio), presto
seguiti da altri Sacerdoti locali:
— Giuseppe Venezia, Nicola Fischetti, Marciano Di
Matteo, Giuseppe Carino: questi vennero esonerati
dall’insegnamento pubblico, essendo maestri elementari.
Il primo rivoluzionario in senso vero della parola fu il
Canonico Giacomo Guacci, già Carbonaro nel 1816, e poi
Oratore della 2 Vendita.
Lo seguirono il fratello, Canonico Giacinto Guacci, e lo stesso
Provicario Generale, Canonico Francesco Ricciardi.
Le migliori famiglie del paese, e le stesse Autorità locali non
furono estranee al fenomeno, che aveva investito la intera
provincia, dove più, dove meno.
Sorsero dissensi e lotte tra famiglie (D’Amelio-SepePaglia-Di Matteo contro Ricciardi-Fischetti-Intoccia), accese
al punto tale che, come fu dichiarato, “mai un paese presentò
tanto accanimento di gelosia e di rancori e di passioni politiche
come a S. Angelo dei Lombardi in questo periodo” (Grande
Archivio di Stato di Napoli, fase. 445, incartamento 1263).
Partirono alla volta di Monteforte, per far causa comune
con Morelli e Silvati, pionieri del primo Risorgimento italiano,
Michele D’Amelio, Sindaco della città e Gran Maestro dei
“Nuovi Deci dell’Ofanto”; Pietrantonio Fischetti, primo
Tenente dei Militi, in perfetta intesa con il Colonnello Lorenzo
De Conciliis; Michele Paglia, fondatore di diverse baracche,
rivoluzionario, che marciò fino a Napoli, per chiedere la
Costituzione; D’Amelio Troiano, Capitano dei Legionari,
primo Assistente della 2 Vendita 1820, sorvegliato.
Ritenuti favoreggiatori della costituzione e antiborbonici,
la Polizia tenne d’occhio i seguenti cittadini, quasi tutti iscritti
alle Vendite locali:
— Carlo Cecere, 2° Assistente della Vendita “Nuovi Deci
dell’Ofanto”;
— Michele D’Amelio, vice Cancelliere regio, Gran Maestro
della 2 Vendita, esonerato dall’ufficio e sorvegliato;
— Giuseppe D’Amelio, che, nel 1835, fu mandato nell’isola di
Ponza, quale relegato per misure governative;
— Giulio D’Andrea, supplente giudiziario;
— Salvatore D’Andrea, impiegato postale;
— Giosuè De Cristofaro;
— Antonio Di Matteo, Sergente dei militi;
— Lucantonio De Luca, 1° Assistente della 2 Vendita,
destituito poi da Sindaco nel 1826;
— Giuseppe Di Masi, Tenente dei Legionari, Segretario
della 2 Vendita “La vera felicità”;
— Francesco Saverio De Vito, Segretario della
Sottointendenza, Deputato popolare nella “Gracca
sull’Ofanto illuminato” e Gran Copritore, sospeso
dell’ufficio (1922) e dichiarato irriconciliabile;
— Guglielmo De Vito, medico condotto, Senatore aggiunto
della Gran Dieta Carbonara della Regione irpina;
— Carlo Fasano, Messo giudiziario, esonerato;
— Baldassarre Fischetti, Notaio, 2° Assistente della 2
Vendita;
75
— Giuseppe Fischetti, Sergente dei militi;
— Michele Fischetti, Sindaco, accusato di avere oltraggiata
l’immagine del Re Ferdinando (1822) nella Casa
Comunale, e assolto nel 1827;
— Pasquale Fischetti, Guardabollo, dichiarato
pericolosissimo;
— Vito Frascione, Usciere giudiziario, esonerato;
— Francesco Grippo, sorvegliato;
— Donato Intoccia, Messo giudiziario, esonerato,
irreconciliabile;
— Francesco Intoccia, sorvegliato;
— Girolamo Intoccia, Gran Maestro, rivoluzionario, carcerato
ad Avellino per diciassette mesi (1822), dopo avere invano
temuto un espatrio per gli Stati pontifici;
— Raffaele Intoccia, Impiegato comunale, esonerato;
— Gaetano Lemmo, sorvegliato;
— Nicola Mignone, sorvegliato;
— Gaetano Paglia, Dignitario irreconciliabile;
— Michele Paglia, Gran Maestro, destituito;
— Cesare Sapia, Cancelliere;
— Giambattista Sena, Cancelliere comunale, Tesoriere e
Guardabollo della 2 Vendita, sorvegliato, destituito;
— Arcangelo Sepe, Usciere giudiziario, esonerato;
— Pasquale Sepe, confinato a Ponza in domicilio coatto;
— Gaetano Serio, iscritto alle Unioni di Torella e di Nusco,
sorvegliato;
— Felice Ricciardi, sorvegliato;
— Pasquale Guacci, Protomedico provinciale, sorvegliato;
In tale fermento, che dette un aspetto rivoluzionario al
paese, le ragioni e le accuse non potevano essere molto chiare.
Perciò sorsero malintesi e si ebbero valutazioni diverse tra il
Sottotenente di S. Angelo, Duca di Malvito, e il Principe
Capece Zurlo, Intendente di Avellino, al quale aderiva Mons.
Bartolomeo Goglia, Vescovo di S. Angelo.
Nel XIX secolo, nel Principato Ultra e Citra, si sviluppò una lotta tra le fazioni dei “costituzionali” e degli “anticostituzionali”. A Caposele, la Carboneria fiorì e coinvolse amministratori comunali e sacerdoti. Un plico smarrito contenente accuse contro l’arcivescovo Michelangelo Lupoli fu consegnato segretamente ai missionari, che lo portarono a Mons. Lupoli. Quest’ultimo, con prudenza, inviò il contenuto al Ministro della Polizia. I carbonari, scoperti, accusarono il superiore della missione, il p. Pier Luigi Rispoli, di voler suscitare la rivoluzione. Le cerimonie religiose svolte durante quelle giornate furono descritte come preliminari dell’insurrezione. Nonostante le calunnie, i missionari continuarono la loro opera moralizzatrice, ridestando il sentimento religioso e combattendo la magia. Il Santuario di Materdomini, da cui s’irradiava luce, fu oggetto di attacchi da parte dei carbonari. Nonostante tutto, il progetto del “Liceo Marziale” fallì, e un’era nuova stava per cominciare nella Valsele.
Nel XIX secolo, Ariano Irpino fu coinvolta nei moti rivoluzionari. La Carboneria aveva acceso gli animi di molti, tra cui Carchia, Capuano, Salza, Caccavo, Moschella e Florio. L’Albero della Libertà fu piantato nella piazza principale, ma successivamente abbattuto. Giuseppe Filangieri, Sottintendente di Ariano, monitorava da vicino i Carbonari. Nel 1820-21, Ariano fu scelta come piazzaforte militare, e Florio guidò un battaglione di soldati verso Avellino, dove fu festosamente accolto da De Conciliis. Vito Purcaro, Michele Purcaro, Giuseppe Vitoli, Giuseppe De Miranda, Grassi e Parzanese costituirono un governo provvisorio. De Miranda fu accusato di attentato al Re, ma successivamente amnistiato. In Ariano, si formò la Guardia Nazionale e una Compagnia di Guardie Nobili. Il 21 ottobre, si tenne un plebiscito nella piazza omonima, presieduto da Raimondo Albanese. Durante la reazione, furono arrestati alcuni francescani, tra cui Padre Luigi Ciardelli e Padre Cariuccio, insieme a Giuseppe Santosuosso e Nicola Vernacchia. Altri, come Monaco, De Paola e Mastandrea, furono condannati all’ergastolo. A S. Sossio Baronia, Nicola Sena, accusato di cospirazione contro lo Stato, aveva innalzato l’Albero della Libertà. A Taurasi, la Vendita locale “Gli auspici di Cleofe” vide la partecipazione di vari cittadini, alcuni dei quali furono imprigionati o esiliati a Roma, dove vissero in povertà.
Nel XIX secolo, il paese di Conza fu coinvolto nei moti rivoluzionari. Antonio Viglione, un avvocato di Conza, fu accusato di cospirazione contro lo Stato e di aver incitato i sudditi del Regno a armarsi contro l’autorità reale. In seguito, Viglione si recò a Lucera, dove svolse attività forense e mantenne collegamenti con Luca Araneo, un fisico di Pescopagano. Entrambi furono considerati sovversivi e costretti a fuggire in Inghilterra. Nel 1853, il Re decise di costruire una ferrovia a spese dello Stato, ma chiese che i lavori partissero da Bari in direzione di Foggia. A Napoli, durante i tumulti antiborbonici del 1848, i calitrani Pietrantonio Cioffari e Giuseppe Tozzoli ebbero un ruolo importante. Il 25 maggio 1848, Canio Russo e il Sac. Domenico Cerrata tentarono una sommossa contro i Borboni, ma i contadini, in maggioranza borbonici, non li seguirono. Il Sac. Giuseppe Cerrata fu deportato nelle carceri di Aquilonia fino al 1854. Il Marchese di Calitri, Francesco M. Mirelli, rimase fedele al Re e inviò una supplica a Vittorio Emanuele II. Anche a Mirabella, le idee risorgimentali trovarono terreno fertile. Prisco Minichiello, Angelo Maria Mazzarella e il Canonico Costantino Iannelli furono coinvolti in attività patriottiche. Pietrantonio De Ruggieri, avvocato di Mirabella, fu Giudice del tribunale civile e Deputato della provincia di Napoli. A Castelfranci, una compagnia di militi guidata dal capitano Casimiro Celli si unì ai rivoluzionari contro le truppe del generale Campana nel 1820. Condannati per le loro posizioni antiborboniche, furono Benedetto e Casimiro Celli, Francesco Cieri e Giuseppe Amato Iuliano. Soccorso Boccella, un castellese, fuggì in esilio in Inghilterra, dove morì. Il paese di Conza e altri centri dell’Altirpinia furono influenzati dalle idee unitarie e patriottiche durante il Risorgimento italiano.
La compagnia di Nusco, comandata dal capitano
Domenico Antonio Mongelli, era presente in Avellino (4
luglio 1820), insieme a un centinaio di liberi cittadini nuscani,
facenti parte delle Vendite locali e guidati da Vincenzo Del
Sordo e Luigi Caprariello (Cfr. Giuseppe Passaro – Nusco città
dell’Irpinia – Tip. Napoletana – Napoli – 1974).
Con Luigi Minichini andarono a Nola i nuscani Amato
Astrominica, sacerdote, Raffaele e Pasquale Natale, Michele e
Luigi Iannantuono, Amato D’urso, Romualdo Della Vecchia,
Salvatore Sichinolfi, Vincenzo Iuliano, Giuseppe Di Napoli,
Vincenzo Del Sordo: questi capeggiava trenta nuscani e
Caprariello sedici.
Già nel 1820, per le loro idee libertarie, vennero destituiti
dall’incarico di maestri i Sacerdoti Andrea Melutiis, Luigi
Delli Gatti, Amato Astrominica, Michele Natale che dovette
andare in esilio, Francesco De Donatis che fu arrestato,
Gaetano De Paula, Amato Maria De Paulis nella cui casina
avevano luogo le sedute.
TORELLA DEI LOMBARDI
Non mancarono fermenti rivoluzionari dovuti alla locale
Vendita Carbonara, allora retta dal Gran Maestro Domenico
Ciminera. Destituiti dalle loro cariche furono Giuseppe Cecere,
Amato Pisani, Giovanni Felice Amarena (1820-21).
Nei moti del 1848 si distinsero, a Torella, i fratelli
Raffaele e Michelantonio De Laurentiis, dove il principe
Giuseppe Caracciolo capeggiava il movimento della “Giovane
Italia” e il sacerdote Giuseppe Tedeschi faceva parte della
società della “Unità d’Italia”.
Vennero processati i Sacerdoti Raffaele e Michelangelo
De Laurentiis; il primo, perché indossò il tricolore e cantò in
Chiesa un “Te Deum”; il secondo, perché, al Comune,
inneggiò alla Costituzione.
AQUILONIA
Ferdinando Stentalis, animatore della Carboneria locale,
perché antiborbonico, dichiarato “settario, antico cospiratore,
capo rivoluzionario, pericolosissimo, fatto Sottindente per
motivi rivoluzionari”, fu, ad Avellino, tra i 21 elettori che
nominarono i deputati irpini al Parlamento nazionale (3
settembre 1820). Per gli stessi sentimenti antiborbonici,
vennero esonerati dagli incarichi che ricoprivano, altri
aquiloniesi: Giacomo Lotrecchiano, Vito Vitale, Pasquale Di
Benedetto, Donato Solimene, Gaetano De Feo, Michele
Cappa.
Per le opposte fazioni paesane (borbonici e liberali),
Aquilonia ebbe cinque giornate di crudeltà inaudite, fino ad
essere dichiarata in stato di assedio (21 ottobre 1860). Uccisi,
seviziati e gittati dalla “Rupe” furono i delitti di quei giorni,
che solo in parte cessarono allorché la Guardia Nazionale, ivi
mandata per sedare il tumulto e placare gli animi, dovette
scontrarsi con la banda di Crocco (20 aprile 1820).
Quasi a lavare le nefandezze di quel periodo, dietro
richiesta del Sindaco Giacomo Giurazzi, il nome di Carbonara
fu sostituito con quello di Aquilonia
(Cfr. Vito Di Gironimo – Aquilonia – Poligraf., Salerno, 1882).
VALLATA
Rivoluzionari della prima ora furono i vallatesi Pelosi
Vito, Rosa Vincenzo.
Monaco Gaetano fu sorpreso a Roma in seduta
Carbonara, per cui doveva essere mandato a Marsiglia. Per
motivi di famiglia, fu ancora trattenuto a Roma, per poi essere
mandato a Gaeta, dove rimase fino al 30 maggio 1831,
quando, in omaggio alla ricorrenza onomastica del Sovrano,
tornò in patria.
Cospiratori degli anni quaranta furono Domenico e
Michele Netta, Francesco Bufalo, Generoso Di Gennaro,
Antonio Batta, Paolo Cirillo, Porfirio Zamarra, Vincenzo
Pavese; partecipanti al Governo Provvisorio in Ariano Irpino
(4 settembre 1860) furono venti vallatesi guidati da Monaco
Oreste, e, quale Cappellano, dall’animoso sacerdote Don
Francesco Paolo Gallicchio.
MORRA DE SANCTIS
La Vendita “Stella d’oro”, che ebbe tra i fondatori,
(insieme a Pietro De Sanctis) il Sac. Vincenzo Rossi, creò un
certo orientamento antiborbonico, incoraggiato dalla Famiglia
Morra, la quale aveva dato asilo a non pochi carbonari.
Nella rivolta di Monteforte, con Morelli e Silvati, fu
Pietro De Sanctis (4 luglio 1820), il quale, insieme al fratello
sacerdote Giuseppe, venne compreso tra gli “otto morresi del
ventuno”: entrambi furono esiliati a Roma fino al 18 dicembre
1830, data della loro riabilitazione. Con loro, finì l’esilio
romano anche per altri morresi, quali Giovanni e Diego Di
Pietro, Rocco Pugliese, Giuseppe Cicirelli. Luigi Sarni era già
morto a Roma (21.1.1830). Per i moti del ’20 e ’21, vennero
inquisiti pure Domenico Cicirelli e il Sac. Vincenzo Rossi. Per
motivi politici, furono arrestati i fratelli Vito e Angiolo Maria
De Sanctis, e, il 20 dicembre 1850 fino a tutto il 1851, in
seguito all’arresto del figlio Francesco, anche il loro padre
Alessandro.
Domenico Donatelli con Guglielmo Pepe partecipò alla
difesa di Venezia (1849), e, poi, con Alfonso Lamarmora, a
quella di Crimea.
Il Generale Manhés, che stroncò il brigantaggio
filoborbonico, venne spesso a Morra, perché suocero del
Principe Camillo, che ne aveva sposato, una dopo l’altra, le
due figlie.
Rocco Pugliese e Giuseppe Maria De Sanctis, fuggiaschi
a Roma, il 31 marzo 1829 firmarono, come capolista, una
petizione di liberazione al Papa Pio VIII, insieme ad altri 58
firmatari.
ANDRETTA
Nel 1820 fu prescelto l’Avv. Giuseppe Miele a redigere
l’indirizzo al Parlamento dei Deputati. Nello stesso anno fu ad
Andretta il Generale Guglielmo Pepe, che, con il Maggiore
Alvino Amato, dette mano forte ai moti del ’20, e che impose,
nel 1821, la Costituzione a Ferdinando I.
Alle porte di Ariano (settembre 1860) caddero gli
andrettesi: i tenenti Leopoldo Girardi e Gaetano Alvino; il
sergente Amato Alvino; il caporale Giuseppe Piccolella; le
guardie nazionali Sabino Scarano e Luigi Di Benedetto.
Da Andretta, con Alvino, si mossero per Napoli Agostino
Girardi, Raffaele Martucci, Giovanni Di Guglielmo. Nella
reazione furono condannati al bando perpetuo dal regno
Francesco Saverio Arace, Giuseppe Guglielmo, Francesco
Franza; alla detenzione a vita nelle isole Egadi, il Sacerdote
Vincenzo Guglielmi; al bando, il Sacerdote Francesco
Tedesco.
Antonio Miele nella Chiesa parrocchiale inneggiò alla
Costituzione, e nella sua casa si costituì una associazione, con
giuramento di segretezza, pro Costituzione o Repubblica.
LIONI
Tra i “22” che il 5 dicembre 1822 entrarono in Roma, di
cui alcuni morresi, c’erano Francesco Bianchi e Nicola Ronca,
di Lioni: essi, per poter tornare nel Regno di Napoli, scrissero
una lettera di pentimento e una petizione a Re Ferdinando, in
data 19 giugno 1823. Aderirono anche Michelangelo Cirillo e
Angelo Maglione da Castelbaronia. Nel 1826, perché detentore
di carte settarie, fu condannato a sei anni di carcere Pietro
Ricca (1826). Settario di rilievo fu anche Fortunato Rizzi,
accompagnato dal Sindaco Antonio Perrone e dal medico
condotto Giuseppe Ricca, il quale si avvaleva della sua
professione per fare adepti alla setta locale. Della spedizione di
Pisacane fecero parte, quali volontari, Alifano Carmine e
Santoro Antonio.
A Lioni, con gli animi accesi, si trascese in scambievoli
denunzie. Vennero accusati di cospirazione i signori Palmieri,
D’Andrea, Santoro, Ricca, Angelone, in rapporto con il barone
cosentino Baracco.
Nel 1848, Rocco e Alessandro Finelli, con Girolamo
Sibilia, strinsero relazione con Antonio Miele di Andretta e
Giovanni Stefano Albanese di Napoli; di qui, il tentativo di
una sollevazione popolare contro il Re che voleva il
dissodamento di alcuni boschi.
Svolsero parte attiva, contro i Borboni, i signori
Bartolomeo Sibilia, Francesco Rizzo, Gennaro Renna e Rocco
Garofalo. Nel 1848 fu eletto Sindaco Rocco Finelli, mentre era
Arciprete Don Salzarulo, che in Chiesa si pronunziò
apertamente a favore delle nuove idee.
Giovanni Palmieri lesse un discorso in pubblica piazza
contro il governo tirannico.
ROCCA S. FELICE
“A Castelfranci la famiglia Celli turba ancora lo spirito
pubblico, né sono immuni da veleno Gesualdo, Rocca San
Felice, Capriglia e Sturno”: così scrisse il Maggiore Landi,
mandato in provincia a capo di una colonna mobile, al
Ministro dell’epoca.
Giovancarlo De Antonellis, Sindaco del tempo, in un
diario scrisse alcune sue personali osservazioni: “22 febbraio
1821; Sono stati chiamati militi e legionari alla guerra con i
Tedeschi. Sono partiti questa mattina tutti alla riserba del
Sindaco D. Giovan Battista Siconolfi e il Capo Eletto D.
Michele De Rienzo. Figuratevi il pianto delle famiglie dei
poveri disgraziati, e con quale opinione son partiti… I militi
soverchiano il richiesto numero… Ma questo che pareva zelo di
patria era in gran parte timore dei Carbonari, i quali si
spingevano alla frontiera”. In data 19 maggio 1821 così
annota: “Si è dovuto far la Guardia Civica di 36 persone
attaccate la presente Governo. Il Capo della Civica è D. Luigi
Santoli; in sua mancanza Francesco A. Forgione. Io il primo
Capoposto, il secondo D. Francesco Meoli, il terzo D. Ciriaco
De Filippis. Ogni uno capoposto tiene sotto di sé 12 uomini ed
ogni due giorni deve montar la guardia”.
Ai moti politici del 1848 a Napoli, prese parte, e per poco
non soccombette, il Dott. Giuseppe Santoli, il quale fu
candidato, ma con esito negativo, al Parlamento napoletano.
Rocca festeggiò solennemente l’entrata di Garibaldi a
Napoli (7 ottobre 1860) e la concessione dello Statuto, essendo
Sindaco Pasquale Forgione.
BAGNOLI
fu tra i primi paesi irpini ad avere la Carboneria (“I figli
del Sole”), Luigi Sanduzzi, ex camaldolese, fu giudicato
“organizzatore pericolosissimo”.
La Vendita di Bagnoli alloggiava nell’ex convento di S.
Domenico.
Domenico Celli partecipò alla Gran Dieta Irpina (1820).
Invece del carcere, scelse l’esilio nello Stato pontificio.
Tra gli imputati per cospirazione furono Aniello
Mascatiello, Antonio e Filippo Cione, Vincenzo Preziosi,
Salvatore Aulisa, Alfonso Russo.
Bagnoli, tra i paesi più accesi, ebbe un considerevole
numero di sette. Lo seguivano Montella, Nusco e Castelfranci.
Non così nei paesi della Valsele, che all’epoca facevano parte
del Principato Citra, e forse poco si adeguavano ai fermenti
vivi del Principato Ultra.
Un bagnolese, Pietro Frasca, già nel 1820 inalberò la
bandiera tricolore nel proprio paese, ed anche perché settario,
fu arrestato, dopo che si era reso irreperibile, nell’isola di
Ponza (1830).
A S. ANGELO DEI LOMBARDI la Carboneria aveva già la sua prima Vendita nel 1817,
che teneva le adunanze nella casina di Michele D’Amelio.
L’ambiente si infervorò al punto da galvanizzare anche i
giovanissimi (i quali fondarono una Vendita propria, chiamata
“Solicchi”) e parecchi Canonici della Cattedrale, sull’esempio
del loro Arcidiacono Salvatore D’Amelio, divenuto esponente
di primo piano nella provincia, del quale – come riportato a
parte – è rimasto celebre il discorso da lui fatto nella Pentecoste
del 1820, in Cattedrale.
Orlando Nicola di Pescolamazza era Giudice in S.
Angelo: acceso carbonaro, dette mano ai moti carbonari già
serpeggianti nella zona, per organizzare i quali venne l’Abate
Cappuccio, ricevuto in casa Gaetano Paglia, dove si
radunavano i settari.
A LACEDONIA,
a mantenere acceso il fuoco reazionario, era il notaio
Michelangelo Franciosi, con i figli Giuseppe e Vincenzo:
questi, anche in qualità di medico condotto, influenzava molto
la popolazione. Il notaio Michelangelo, per aver partecipato a
Monteforte, venne arrestato nel maggio del 1821.
MONTEVERDE
Diversa da Aquilonia, che nell’ottobre 1860 arrivò a
eccidio cittadino, Monteverde non fu Carbonara: lo dimostra il
fatto di avere accolto il brigante Crocco, di essere stata
piuttosto fedele ai Borboni, di avere saccheggiate abitazioni dei
liberali locali, di aver bruciata la casa del Sindaco, notar
Gennaro Freda, perché antiborbonico.
Nondimeno, vi è chi ha scritto:
“Se vi è in Monteverde qualche simpatia per i Borbonici,
morienti e morituri, ciò avviene per sola forza di gratitudine ai
coronati, che ebbero, nelle loro mani, le sorti del Mezzogiorno
d’Italia… Dall’interrogatorio di Leonardo Grossi, e nella parte
che riflette il saccheggio delle case dei proprietari, splende,
come meridiana face, il “liberalismo”, cioè la cordiale adesione
di quasi tutta la cittadina alle nuove correnti della vita
nazionale. Il programma reazionario, delineato da Michele La
Rotonda, è quello di bruciare le case e di saccheggiare ed
uccidere tutti i liberali dei paesi, assaliti ed invasi dalle
bande”.
VOLTURARA IRPINA
Come nel 1820 Volturara era stata il luogo ove per prima
i rivoluzionari avevano dato luogo alla prima parata, per
marciare contro i Borboni e abbattere il loro governo, ora,
spinti dai contrari al regime sabaudo, erano i primi a
ingaggiare una lotta spietata contro la guardia nazionale,
preposta a instaurare il nuovo regime. Volturara, per la sua
posizione topografica, quasi tutta montagnosa, con sbocchi
montani nei paesi limitrofi, anche essi montani, e con
montagne coperte da folta vegetazione, fu il centro del
banditismo contro le guardie governative. Tra i suoi monti si
aggiravano numerose bande che rendevano pericoloso ogni
movimento dei tutori dell’ordine e delle bande stesse. Il
prefetto della Provincia ebbe ad intervenire diverse volte, con
la speranza di reprimere il furore di tante belve. Era il 7 aprile 1861.
La Guardia Nazionale, al comando del Comm. De Luca,
partiva alla volta di Volturara e quivi giungeva sul fare del
giorno. Sorprendeva i banditi ed affrontava la lotta col fuoco.
Con una accanita e continua sparatoria riusciva a snidare i
ribelli e a inseguirli sui monti. Durante la sparatoria un ribelle
cadeva ucciso, alcuni venivano feriti, sessanta arrestati.
Il venticinque aprile si trovava di fronte a ventisei ex
gendarmi armati. Con una abilità incredibile li accerchiava e
riusciva a mettere loro le catene.
Dal 25 aprile al 6 maggio perlustrava ancora una volta
Volturara, Salza, Montemarano, attraversava il fiume Ofanto e
inseguiva sui monti la banda del brigante Crocco.
Nel mese di luglio, a viva forza, riusciva a diventare
padrone di parecchi altri caposaldi. A marce forzate si portava
ancora una volta a Volturara. Quivi scovava un’altra banda
comandata da Pagliuchella. Con abilità e coraggio fronteggiò
la situazione e riuscì a catturare il Pagliuchella. Questi veniva
impiccato al tiglio in Piazza Roma e da esso penzolò per
diversi giorni, fatto ludibrio dei cittadini. Con questa ultima
operazione riusciva a stabilire l’ordine e la tranquillità nel
nostro territorio.
Fatti non proprio di altri tempi
Accaddero a Lioni, quando già molto cammino aveva fatto
l’idea risorgimentale anche nei nostri paesi, ove non raramente
venivano fuori interessi e rancori, paludati da amor patrio, che
sfociavano in partigianerie, in denunzie, in vendette varie.
E così:
Un altro focolare di ribollimenti rivoluzionari fu il piccolo
comune di Lioni, dove due gruppi di cittadini, più tardi e cioè
nel 1850 e 1851, divennero oggetto, rispettivamente, di
scambievoli denunzie, dalle quali, attraverso i sensi liberali, le
aspirazioni ed i propositi schiettamente patriottici, affiorarono
privati interessi e “prave” intenzioni, non esclusi tentativi di
occupazione di terreni comunali, non nuovi, del resto, in quei
luoghi, a stare ad alcune deposizioni testimoniali, secondo le
quali taluni degli uomini stessi di cui ci occupiamo, “in tempo
remoto” di tal reato appunto si sarebbero resi colpevoli.
.
Gli atti dei voluminosi incartamenti dei processi
avellinesi mettono in evidenza tutto l’intricato aggrovigliarsi
delle passioni locali e delle ambizioni miranti alla conquista
delle cariche pubbliche di sindaco, di tesoriere e, nel periodo di
maggior fermento, di graduati della Guardia Nazionale. Il
paese è diviso in due campi: liberali da una parte e liberali
dall’altra: contro gli uni e gli altri si appuntano i reciproci strali
delle accuse. I precedenti dell’ormai superate febbri del 1848
diventeranno, qualche anno dopo, dei reati e come tali figurano
nei processi del 1850 e 51.
D. Giovanni Palmieri fu Pasquale, D. Salvatore d’Andrea
fu Angelo, D. Pietro Santoro di Carlo Amato, D. Salvatore
Ricca fu Giuseppe Gaetano; Amato Angelone fu Nicola ed altri
cinque membri della famiglia Santoro risultano imputati di
reato di cospirazione diretta ad eccitare moti rivoltosi nel
comune. D. Giovanni Palmieri non fe’ mistero dei suoi
sentimenti liberali: definito dai suoi nemici “sovversivo, di
spirito repubblicano e anarchico” oltre che nella fiera di
Gesualdo, nel febbraio del 1848 lesse dei discorsi sulla
pubblica piazza contro “il tirannico governo che imponeva pesi
insopportabili”.